Atlante di Torino


 
 
   

Vie e luoghi della vecchia Torino che non ci sono più,

o hanno cambiato nome, ma non sono stati dimenticati.


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image-1CONTRADA DELLE DALIE
Risulta esistente a metà del XIX secolo nel borgo, allora molto periferico, di San Salvario. Nel 1856 fu teatro dello scoppio di uno stabilimento di fuochi d’artificio che causò cinque vittime.

 

 

 


image-1RUE DU DEBARQUEMENT
Sotto la dominazione francese venne così chiamato l'attuale viale Vittorio Amedeo Gioanetti, che dal corso Moncalieri sale, da nord, al Monte dei Cappuccini. Probabilmente all'epoca iniziava da un punto di sbarco, più in basso, sul Po.

 

 

 

image-1image-1CONTRADA DEL DEPOSITO
Era l’attuale via Piave. Appartiene al terzo ingrandimento della città, iniziato nel 1702. Durante l'occupa­zione francese fu battezzata rue St. Isidore.
La contrada prese nome dal Deposito di San Paolo (governato dalla Congregazione di San Paolo) che era stato fon­dato nel 1684 dalla marchesa Falcombello sposata al senatore Peracchino, per il ricovero delle orfane abbandonate.
Nel 1854 si fuse con l'ana­loga Opera Pia del Soccorso e divenne un normale collegio femminile sotto la protezione della Regina, con pensione gratuita per le ospiti bisognose.
Le ricoverate erano chiamate, dal cognome della fondatrice «Le Peracchine».

image-1image-1All'angolo con via San Domenico c'è la chiesa della Congregazione del S.S. Sudario fondata nel 1589. Per molti anni ebbe sede nella chiesa di San Pietro de Curte Ducis.
Nel 1727 passò nella chiesa di Santa Maria di Piazza, finché Vittorio Amedeo II decise che le varie congregazioni dovessero aggiungere scopi filantropici a quelli sol­o devozionali. La Congregazione del S.S. Sudario scelse l'assistenza ai malati di mente e, in attesa della costruzione del nuovo ospedale, furono affittate alcune stanze in via del Carmine per ospitare i primi pazzi. Su un terreno donato dal Duca, nell'isola di Sant'Isidoro, fu eretto l'edificio per il ricovero ed a fianco una cappella. Cresciute le necessità di posti la cappella venne pure adattata a ricovero e fu acquistata una casa all'angolo con la con­trada delle Figlie dei Militari (San Domenico d'oggi). Sull'area ottenuta, fu eretta nel 1734 la nuova chiesa su progetto di Giovanni Battista Borra.
Du­rante l'occupazione francese la Congregazione fu soppressa ed i beni ceduti alla Parrocchia del Carmine. Con la Restaurazione la Congregazione fu rico­stituita e riprese l'amministrazione dell'ospedale restaurando la chiesa. Nel 1836 l'amministrazione dell'ospedale fu tolta alla Congregazione ed i malati trasferiti nel nuovo manicomio in via Giulio, su progetto del Talucchi. Nel vecchio fabbricato verso via Santa Chiara aprì il Collegio Convitto Augustinianum ed un «Nido ».
Il ricordo della desti­nazione antica dell'edificio a ricovero dei pazzerelli è mantenuto dai campa­nellini, simboli della pazzia, presenti nella decorazione delle cornici delle finestre (vedi foto).
Al fondo della contrada, presso il muro del Manicomio una volta si teneva un mercato di ferrivecchi trasferito poi in borgo Dora al «Balon».

image-1CONTRADA DELLA DOGANA NUOVA
Appartiene alla parte più antica della città. Così prese nome l'ultimo tratto della via Bellezia, dopo l'apertura dell'albergo della Dogana Nuova, nell'isola di San Gabriele.







image-1CONTRADA DELLA DOGANA
Aperta col terzo ingrandimento della città. Si chiamava anche così quella che poi venne comunemente denominata contrada delle Finanze (via Cesare Battisti d'oggi) e piazza della Dogana, l'attuale piazza Carlo Alberto.







image-1CONTRADA «'D DOIRETTA»
Era nella parte più antica della città. Popolarmente era chiamata così la contrada del Gambero e quella seguente dei Due Bastioni; questo a causa di un piccolo canale che un tempo le percorreva al centro.
Il canaletto fu coperto intorno al 1830.

 



image-1CONTRADA DI DORA
Corrisponde all'odierna via Borgo Dora.


 

 



image-1CONTRADA DI DORA GROSSA
La contrada di Dora Grossa, la via Garibaldi odierna, segue il tracciato del «Decumanus maximus» della città romana dalla Porta Praetoria (attuale piazza Castello) alla Porta Susina. L'arteria, prolungata poi oltre questa porta fino alla piazza Statuto col terzo ingrandimento della città del 1702, raggiunge oggi la lun­ghezza di circa un chilometro.
La contrada di Dora Grossa prese il nome da un canale d'acqua corrente che la percorreva al centro {dòira» in piemontese) di dimensioni maggiori di altri rigagnoli che percorrevano altre strade. Questo fin dal 1573 anno in cui si eresse sulla sponda della Dora Riparla un edificio detto il Casotto, con lo scopo di raccogliere acqua dal fiume e riversarla a mezzo di canali attraverso la città, sia per la net­tezza urbana, sia per eliminare rapidamente l'accumulo di eventuali nevi in inverno, sia per rinfrescare la calura nella stagione estiva, ma anche e so­prattutto per poter intervenire immediatamente ed efficacemente in caso di incendi.

image-1Un altro Casotto delle acque fu eretto nel 1792 in piazza Susina (piazza Savoia d'oggi), per meglio regolare l'erogazione delle acque nella contrada di Dora Grossa. Durante la dominazione francese la strada fu chiamata rue de la Doire ed anche rue du Moncénis, per la sua direzione verso quel colle.

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Nel corso dei secoli l'allineamento del fronte dei fabbricati si era quasi del tutto perduto e la contrada aveva via via assunto un andamento serpeg­giante, con slarghi e strettoie che ne rendevano malagevole il transito. L'an­tica arteria, una delle più importanti della città, era stretta e tortuosa, non era più all'altezza delle altre contrade, specialmente dopo gli ampliamenti e le sistemazioni della piazza Castello e della contrada Nuova (via Roma).
Ma fu solo nel 1736, che si rese possibile l'ampliamento, l'al­lineamento e l'abbellimento, su progetto de­gli architetti Bertola, Plantery e Lampo. Al contrario di quanto era quasi sempre avvenuto per altre ricostruzioni, per questa contrada la scelta architettonica restò libera, ma l'impostazione urbanistica risultò unitaria e lo stile delle facciate risentì dell'influenza juvarriana.
Gli edifici furono quasi interamente ricostruiti, evitando di addossare soltanto nuove facciate su an­tiche costruzioni, come era accaduto per la contrada Nuova.

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La ricostruzione durò complessivamente ventidue anni, ma poté dirsi totalmente compiuta soltanto dopo trentanove, nel 1775, anno dell'inaugurazione.

image-1image-1Con l'allineamento l'asse della contrada coincise col centro del por­tone del Palazzo Madama e l'angolo della contrada della Consolata con l'asse del tratto di strada previsto nei piani di ingrandimento della città, verso nord-ovest. La larghezza della strada passò così dai precedenti metri 4,50 agli 11,40 della nuova.
L'unico edificio fuori allineamento era la torre del Comune (nell'immagine grande a sinistra), all'angolo della contrada di San Francesco d'Assisi, che venne poi abbattuta nel 1801, sotto la dominazione francese.

Sull'angolo della contrada di Dora Grossa con la contrada San Francesco d'Assisi, nel 1375 era stata eretta la nuova torre del Comune completata nel 1389 quando venne anche dotata di una campana comprata d'occasione dall'Abate di San Mauro.
Nel 1392 venne inserito un orologio e nel 1449 una cuspide.

image-1Nel 1575 questa fu decorata con ornamenti in rame e sormontata dauna croce di bronzo, la cui asta attraversava il corpo di un toro rampante pure di bronzo con le corna e la coda inargentate. Il toro, che gli Ordinati del Comune definiscono «grosso come un motto­ne», era vuoto ed il vento, passando per l'interno, lo faceva emettere strani rumori simili a muggiti.
La torre era alta diciannove trabuccbi (circa cinquantacinque metri). Restauri imponenti, se non par­ziale ricostruzione, vennero eseguiti nel 1666 ed altri furono necessari dopo il 1706, perché durante l'assedio fu ripetutamente colpita, in quanto punto di osservazione e controllo dei movimenti degli assedianti.
Il toro durante l'assedio non corse rischi perché fu calato nel giugno del 1706 e rimesso al suo posto soltanto nel 1713.

image-1L'editto del 1736 che ordinava l'allargamento della via, decretava di conseguenza l'abbattimento della torre che veniva a sporgere più di due metri sul nuovo filo di costruzione. L'antica torre avrebbe dovuto essere abbattuta quando fosse completata quella nuova, che venne iniziata nel 1786 su progetto dell'architetto F. Castelli all'angolo della contrada del Senato con quella d'Italia (via Corte d'Appello angolo via Milano). Ma fermatisi i lavori della nuova torre all'altezza dell'adiacente Palazzo Comunale, anche il deliberato abbattimento venne rinviato. Intanto nel 1798 furono aspor­tate le lastre di piombo della cuspide e la torre fu anche più volte colpita nei duelli di artiglieria fra austro-russi e francesi.
Nel 1801 il Governo Prov­visorio decretava l'abbattimento della torre, il ventitre aprile veniva calato il toro, probabilmente finito in fonderia per far cannoni, e, pochi giorni dopo, la torre cadeva sotto i colpi di piccone.

 


image-1Ai piedi della torre la lastra della vergogna
Alla base dell'antica torre del Comune c’era una lastra di pietra “la pietra dolorosa” sulla quale i mercanti falliti, vestiti di sola camicia erano costretti, davanti alla gente, a sbattere ripetutamente il deretano, sollevati da una carrucola, dicendo: “Cedo bonis”.
Da qui la frase “a l’è ‘ndait dal cul” (è andato dal culo) sinonimo di “ha fatto fallimento”.


Al centro della contrada scorreva un rio con numerose «pianche» o ponticelli che ne favorivano l'attraversamento, ma non era raro il caso di vedere, qualora l'acqua fosse più alta, signore prese in braccio per essere aiutate nell'attraversamento senza bagnare le lunghe sottane.


image-1I ponti­celli erano formati da una lastra di pietra sorretta da una coppia di bassi pi­lastrini, pure in pietra, che il popolo aveva definito «dent 'd Ravera». Ravera era il tecnico del Vicariato, incaricato della loro manutenzione. Soltanto dopo il 1830 l'arteria fu dotata di un canale sotterraneo abolendo la
«dòira grossa». Probabilmente già fin dall'inaugurazione del­l'ingrandimento, la strada era dotata, dai due lati, di marciapiedi rialzati.
Nel 1846 la contrada fu dotata di lampioni a gas,in sostituzione di quelli a olio.

 



image-1Ben diversa da oggi doveva apparir la contrada di Dora Grossa per tutto il secolo XVIII ed ancora all'inizio del successivo a causa, se non dell'assenza totale, quantomeno della scarsità di negozi ai piani ter­reni delle case.
Ancora nel 1821 vi era soltanto qualche negozio di stoffe di lana e di seta, qualche orefice ed orologiaio. Gli altri negozi erano nelle vie trasversali e per gli approvvigionamenti di generi alimentari ci si serviva dei mercati. Nel corso del secolo passato le botteghe andarono via via au­mentando di numero, con trasformazione dei piani terreni ed aperture di porte e vetrine.

Con i negozi aprirono sempre più numerosi i caffè, qui ricordiamo soltanto i maggiori e più noti in gran parte oggi scomparsi o sostituiti.
Ai numeri 1 - 3 c'era il Caffè Calosso, che nel 1847 cambiò nome in Caffè della Lega Italiana (più tardi sostituito dalla Libreria Lattes).
All'angolo di via Conte Verde il Caffè Barone, mentre all'angolo con via Sant'Agostino nel 1848 si inaugurò il Caffè Alta Italia, divenuto poi Goria, locale che a mezzogiorno si trasformava in ristorante particolarmente frequentato da giudici ed avvocati.

image-1 All'angolo della contrada della Consolata il Caffè delle Alpi, molto elegante, che nel 1913 chiuse i battenti per trasfor­marsi, anni dopo, in cinematografo. Altro locale famoso fu pure il Caffè Bedotti.
In tutti i caffè torinesi per tutta la mattinata si serviva fra l'altro il famoso bicerìn che, secondo il Viriglio, era il figlio della «bavareisa», bevanda composta di latte, caffè e cioccolato che veniva servita, già mescolata e dolcificata con sciroppo, in grossi bic­chieri di vetro.
Nel «bicerin» invece, i tre ingredienti erano serviti sepa­raramente sempre caldissimi e mescolati secondo il gusto del cliente. L'in­dicazione «pur e fior» significava caffè e latte; «pur e barba» significava caffè e cioccolato, mentre «un pö ‘d tut» significava la miscela dei tre in­ gredienti. In un bicchierino a parte, donde si dice derivi il nome «bice­rin», si serviva la «stissa» che di norma era di caffè puro.
II prezzo del « bìcerin» intorno al 1850 era di quindici centesimi e soltanto nel 1913 fu elevato a venti, ma ne accorrevano altri cinque se la «stissa» era di cioccolato ed altri dieci se servito nel «tasson» di maggiori dimensioni. Col «bìcerin», a richiesta, era offerta la «cavagnéna» (cestello) con vari tipi di biscotti da ammollo. I più comuni erano i «torcèt», i «savoiard» ed i «foré», ma esistevano pure i «tortillié», i «parisien», i «briòss», i «democratich», i «pìcol 'd fra», le «pupe 'd monia», i «chifel», i «biciolan», i «garibaldin» e le «michétte».



image-1image-1Quasi tutte le case di via Garibaldi, specialmente le più antiche e signorili, hanno delle belle ringhiere di balconi in ferro battuto e non poche, nei disegni dell'ornato, i monogrammi dei primi proprietari.
Ai numeri 1 - 3 c'è una casa con facciata eseguita su progetto di G. B. Pagano del 1770.
Al numero 2, alI'angolo di piazza Castello c'è la casa eretta per la famiglia Quaglia di Barbaresco nel 1771 su progetto dell'architetto L. M. Barberis.
Ai numeri 5 - 7, isola di San­t'Avventore, sorge la casa dei marchesi Cecherano di Osasco con facciata costruita nel 1771.
All'angolo con via XX Settembre vi è la chiesa della S.S. Trinità innal­zata sulla precedente basilica di Sant'Agnese nel 1590 su progetto dell'ar­chitetto A. Vhrozai.
All'arricchimento delle decorazioni interne con marmi preziosi, contribuì anche Filippo ]uvarra. Del 1852 è l'attuale facciata dovuta all'architetto A. Mancini.



image-1Nell'isola di San Simone, tra le contrade di San Tommaso e dei Mercanti, circa ai numeri 11 e 13, sul lato sud della contrada, un tempo si aprivano un vicoletto ed una piazzetta, con in fondo la chiesa di San Simone, di­strutta nel 1729.
Sulla piazzetta di San Simone si affacciava anche l'Oratorio di San Mau­rizio, mentre al lato ovest c'erano i palazzi Costa di Arignano e Nomis di Pol­lone, seguiti dalla «specieria» Pateris ed all'est i palazzi Cinzano e Della Chiesa di Roddi (con fronte sulla contrada di San Tommaso 6), nonchè dal famoso «panataro» Brunero, inventore dei grissini.
Sulla piazzetta ancora nel 1868 c'era un'osteria detta di San Simone.


image-1Al numero 12, fra le contrade Conte Verde e Milano, c'è il palazzo che si alza su tre archi, i famosi «portièt» appartenente nel 1868 al conte Federico Sclopis di Salerano, che ivi nacque e morì.
Ora è del Comune di Torino. Il palazzo venne costruito nel 1756 con la sistemazione della piazza delle Erbe progettata da Benedetto Alfieri.
Al numero 14 c'è il prolungamento laterale del palazzo del Co­mune. Qui un tempo c'era, in un cortile, un'antica osteria detta della Griotta.
Nel medioevo la sede del Comune era di fronte alla torre civica.
Nell'isola di San Rocco ai numeri 15 - 17 c'è la casa dei Ber­tolotti sopraelevate nel 1791, su disegni dell'architetto G. M. Cardona.

image-1All'angolo con la contrada San Francesco d'Assisi, al numero 19, oltre alla casa dei Beccuti, una delle più antiche famiglie torinesi, sede del primo Studio Universitario, c'era anche quella dei Borgesii, altra antica fami­glia della città, la cui torre servì da torre del Comune finché non fu costruita, circa nel 1375, quella sull'angolo della contrada di San Francesco d'Assisi.
Segue, al numero 23, il palazzo Durando di Villa, eretto nel 1736 su progetto dell'architetto F. Gallo. Per lascito testamentario il palazzo passò di proprietà dell'Ospedale San Luigi. I Durando discendevano da un famoso acquavitaro «Sor Durand» ricordato anche nell'"Arpa Discordata", Aveva la bottega presso la nuova torre comunale; fece fortuna tanto che poté prov­vedere alla costruzione del palazzo ed i discendenti, nel 1736, furono fatti conti. La famiglia si estinse nel 1791.
All'angolo con via Botero si incontra la chiesa dei Santi Martiri, costruita sulla preesistente parrocchia di Santo Ste­fano, nel 1577 su disegno dell'architetto Pellegrino Tibaldi, per commis­sione dei padri della Compagnia di Gesù. L'altare maggiore è opera di Filippo Juvarra.

image-1Al numero 25 c'è l'edificio, già Casa Professa dei Gesuiti, eretto nel 1692 su progetto di Agostino Provana; ospita la cappella della Congrega­zione dei Mercanti e Banchieri.
L'altare è opera di Filippo Juvarra. .
Nel medesimo edificio troviamo pure la Cappella o Oratorio dei Nobili ed Av­vocati eretta nel 1694, ma con ingresso dalla contrada degli Stampatori.
Al numero 28 sorge il palazzo Fontana di Cravanzana, passato poi in proprietà Ketteler, costruito su progetto del Plantery nel '700.
Ai numeri 31 e 33 c'è il palazzo San Martino della Motta, pas­sato poi in proprietà dei conti Balbo Bertene di Sambuy, con facciata del '700.
All'angolo con la contrada delle Orfane c'è la chiesa di San Dalmazzo ri­costruita nel 1530, su altra chiesa del secolo XI.
Dopo i danni subiti nell'assedio del 1706, nel 1715, si fecero altri lavori fra cui il più importante il rifacimento della facciata arretrandola e lasciando così davanti alla chiesa un piccolo slargo.





image-1Al numero 35 c'è il palazzo San Martino d'Agliè, che passò poi in proprietà dei marchesi d'Angennes e quindi dei conti Galli.
Nell'isola di Sant'Innocenza, corrispondente ai numeri 45 e 49, c'erano le case Merenco di Moriondo e dell'avvocato Ignazio Chionio.
Am­bedue i fabbricati furono distrutti nei bombardamenti aerei della guerra 1941-45.
Nell'isola di Santa Rosalia, al numero 55, c'è casa Reine, con lavori di sopraelevazione e facciata ad opera dell'architetto Rocca del 1784.


image-1Al numero 42 c'è il palazzo, già sede della «Gazzetta del Popolo», addossato alla vecchia caserma Da Bormida, costruito nel 1928 su progetto dell'architetto Baldassarre di Rossana. La precedente fac­ciata dell'antico quartiere prospicente la contrada di Dora Grossa era opera dell'architetto Birago di Borgaro che nel 1769 aveva completato il progetto juvarriano.
Nel 1864 la contrada ebbe il suo completamento con la costruzione dei due ultimi isolati tra i corsi Palestro - Valdocco e la piazza Statuto. Gli edi­fici, dotati di portici, sorsero su progetto dell'architetto A. Marchini l'uno e dell'architetto G. Brocchi l'altro.

Vedi alcune immagini di via Garibaldi quando non era ancora pedonalizzata

image-1RUE DES DRAPIERS
Era cosi denominato, durante il periodo della dominazione francese, il tratto della contrada dei Mercanti tra la contrada del Monte di Pietà e Dora Grossa (via Garibaldi d'oggi).

 




image-1PIAZZA DUCALE
Fu una delle antiche denominazioni di piazza San Carlo, denominata anche Reale (Royale durante l'occupazione napoleonica).

 

 




image-1CONTRADA DEI DUE BASTONI
Appartiene alla più vecchia Torino. Corrisponde al tratto dell'odierna via Bertola compresa fra le vie San Francesco d'Assisi e San Tommaso. Tale nome derivò alla contrada dalla denominazione di un albergo sito nell'isola di Sant'Antonio.

 

 

 


image-1CONTRADA DEI DUE BUOI ROSSI
Appartiene alla più antica Torino. Corrisponde al tratto dell'odierna via Monte di Pietà, compreso fra la contrada San Tommaso e quella della Palma (via Viotti d'oggi). Trasse il nome da un omonimo albergo sito nell'isola di San Mattia.

 

 



image-1VICOLO DEI DUE BUOI ROSSI
Appartiene alla più vecchia Torino. Vicolo che si dipartiva dalla con­trada dei Due Bastoni e si inoltrava nell'isola di San Mattia, dove c'era l'albergo omo­nimo.

 

 

 



image-1image-1CONTRADA DEI DUE MACELLI
Arteria creata con gli ingrandimenti della città del 1814·1830. Corri­sponde all'attuale via Giulia di Barolo. Nella contrada Barolo come in quella Plana si vedevano ancora dei terrapieni ultimi resti dei bastioni che si collegavano alla Porta di Po, posta allo sbocco della contrada di Po nella piazza.



image-1image-1Alla fine della II guerra mondiale, con la caduta del regime fascista e la Liberazione della città, la giunta popolare della Città di Torino, deliberò la soppressione di denominazioni istituite durante il periodo fascista (figure e luoghi del regime e dei suoi alleati), l'assegnazione di nuove denominazioni (in ricordo di eventi, personaggi rilevanti nella lotta all'antifascismo), il ripristino di antiche denominazioni già modificate in epoca fascista e l'annullamento di denominazioni conferite senza l'osservanza della legittima procedura di assegnazione.

 

 



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Misura delle principali strade e piazze nel 1840

 

 




Vedi il riepilogo dei cambi di denominazione nella toponomastica della città


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