Atlante di Torino


 


 

Nel '700 lo scandalo del conte falsario

“Uomo di destre maniere, bello ed artifizioso favellatore, non ricco e desideroso di comparire e di far comparire la moglie", così viene descritto da Domenico Carutti (1821-1909), storico piemontese che scrisse diversi libri sulla dinastia sabauda, il conte Storti­glione dei Lobbi, protagonista di un famoso scandalo accaduto a Torino verso la metà del Settecento,

Torino in quel­l'epoca era una città di circa 70.000 abitanti e sul trono del Regno di Sar­degna sedeva Carlo Emanuele III (1701-1773), un sovrano che diede nuovo impulso sia all'economia che alla potenza militare del Piemonte.

Le principali accuse che gli vennero mosse, e che successivamente si rivelarono in gran parte ingiustificate, furono la prigionia del padre Vittorio Amedeo II (1666-1732), che, dopo aver abdicato, aveva mostrato intenzione di riprendere in mano le leve del potere, e l'imprigionamento dell'avvocato napoletano Pietro Gian­none (1676-1748), autore della celebre opera «Istoria civile del Regno di Napoli».

Gian­none con la sua polemica contro le ingerenze politiche e economiche della Chiesa, si era messo in urto con la curia romana, mentre si trovava al sicuro a Ginevra.
Con un tranello era stato attirato in Savoia e incarcerato, per far piacere al Vaticano.

Aveva trascorso così gli ultimi dieci anni della sua vita, passando da una prigione all'altra, finchè non morì nella Cittadella di Torino.

Carlo Emanuele III venne giudicato severamente, specie da storici stranieri, per aver proseguito quella politica pendolare nelle alleanze, già attuata dai suoi prede­cessori, ma che era l'unica possibile nella situazione in cui si trovava allora il Piemonte, stretto come era tra grandi potenze, Francia, Spagna ed Austria.

Lo stato sabaudo verso la metà del secolo era appena uscito da due guerre, quella di successione polacca e quella di succes­sione austriaca, durante le quali il Piemonte era stato invaso dalle soldatesche straniere, e dalle quali era uscito con le finanze non certo in florido stato, anche se aveva acquistato nuovi territori, tra cui il novarese e la regione di Pavia, ottenuta quest'ultima con il trat­tato di Aquisgrana del 1748.

Da allora Carlo Emanuele potè regnare in pace (la guerra dei Sette Anni fortunatamente non ebbe ripercussioni dirette in Italia) e dedicarsi con esito felice alla riorganizzazione dei suoi stati.

Biglietti falsi su carta autentica

Nella piccola Torino di allora si era più abituati alle guerre che agli scandali finanziari, perciò molto rumore vi fece la falsificazione di biglietti di credito scopertasi nel 1752.
La meraviglia e lo sgomento crebbero, quando si seppe che ne era stato l'autore il conte Carlo Maria Stortiglione dei Lobbi, consigliere e facente funzione di presidente del commercio.

Questi, approfit­tando della sua posizione, e dell'essere stato inviato in Olanda per comprare la carta su cui stampare i bliglietti, con un sotterfugio aveva acquistato per se stesso diversi fogli della mede­sima carta, e quindi, usufruendo dell'opera di un certo Lavini, abilissimo nell'imitare i caratteri e nel contraffare i documenti e le pergamene antiche, era riuscito a creare dei biglietti quasi identici agli originali, e che solo l'occhio di un esperto era in grado di riconoscere come falsi: I fondi del conte venivano così ad essere praticamente illimitati e la moglie, la bella donna Eleonora, poteva far stupire i torinesi con lo splendore dei suoi cavalli, l'eleganza e lo sfarzo delle sue feste, che, pur essendo il conte di nobiltà recente, per il lusso che vi si sfoggiava, venivano frequentate dalle migliori famiglie torinesi.

 

Da quanto risulta da un memoriale dell'epoca, Carlo Emanuele si sarebbe preoccupato di riprendere personalmente il conte Stortiglione per le eccessive spese della moglie, per i suoi continui viaggi e per l'abitudine che essa aveva di farsi scortare ovunque da un cavalier servente, usanza che incominciava allora a prendere piede in Piemonte e a cui parecchi anni più tardi non seppe sottrarsi neanche il fiero e sdegnoso Vittorio Alfieri.

Non appena la tesoreria si accorse delle falsificazioni e i responsabili finanziari incominciarono a preoccuparsi per i gravi danni, che quella pioggia di bi­glietti falsi provocava nell'economia dello stato, vennero istruiti processi e promosse delle indagini. Inoltre furono promessi premi ai delatori e dimi­nuzione della pena a chi confessasse il delitto. Lo Stortiglione preso dal ter­rore e timoroso delle imprudenze, che era stato obbligato a compiere per spacciare la moneta falsa, rivelò ogni cosa; del suo complice che era fuggito in Francia venne chiesta ed ottenuta l'estradizione. Furono venduti all'asta i beni del conte, e con il ricavato, superiore all'ammontare dei biglietti falsi­ficati, vennero renumerati i possessori.

I due imputati furono condannati a morte. L'uno, come nobile, alla decapitazione, l'altro «di piccolo sangue» alla forca. Ma, tenendo conto che lo Stortiglione aveva confessato in tempo la sua colpa, il sovrano gli commutò la pena nella « cattività perpetua », e mutò quella del Lavini in galera a vita. Entrambi morirono in cattività, il primo nel castello di Ceva, il secondo in quello di Miolans.

Quando venne resa nota, la notizia della scoperta dei falsari fece il giro di Torino e divenne il principale oggetto delle chiacchiere di tutta la citta­dinanza. Non è difficile immaginare di quanti commenti risuonassero le antiche vie cittadine. Le donne, che secondo la moda andavano in giro rico­perte da enormi guardifanti (il guardinfante era una struttura che permetteva alla gonna di gonfiarsi - vedi immagine a fianco), nelle vie più strette erano costrette a ricoverarsi nei portoni per lasciare passare qualche carrozza o qualche lettiga, interrompendo per qualche momento i pettegolezzi che si scambiavano sullo scandalo del giorno, e che, probabilmente, erano più accentrati sulla fuga e sull'umiliazione della contessa Eleonora, prima così ricca e superba, che non sulla truffa perpetrata dal marito.

Anche i cavalieri, che si ritrovavano in via degli Argentieri (ora via San Tommaso), che era allora, nel tratto che va da via Garibaldi (l'antica via Dora Grossa), la principale arteria della Torino settecentesca, all'attuale via Cernaia, la strada alla moda e sede dei ritrovi e caffè più eleganti, si saranno certo dilungati, specie i più anziani, a criticare l'immoralità dei tempi e a confrontarla con l'antica semplicità ed onestà degli avi. Probabilmente avranno continuato a discuterne passeggiando in via Po, i cui portici incominciavano allora ad essere frequentati dalla nobiltà, particolarmente d'inverno e nei giorni piovosi o al Valentino, meta preferita nelle belle giornate.

Allora come oggi le notizie correvano in fretta, anche se l'unico giornale la Gazzetta di Torino, la più antica d'Europa, ma ancora redatta con i criteri di un secolo prima e pubblicata a spese del governo, che vi faceva stampare unicamente i fatti graditi, non era certo una miniera di informazioni interessanti.

Pure la gente del popolo, che stentava a vivere con i frutti del proprio lavoro, commentò senza dubbio con amarezza e con sdegno il disonesto comportamento del conte. Certo gli appellativi con cui lo avranno definito le venditrici di granaglie e le pollivendole, che si davano convegno in Piazza d'Armi, la futura Piazza San Carlo, mentre contrattavano con le cuoche e le massaie, giunte a fare i loro acquisti, saranno stati meno scelti e raffinati di quelli della nobiltà, ma molto più espressivi e potenti.

Fallisce una banca ritenuta solidissima

Anche i borghesi, che venivano in quella medesima piazza, ad ammirare il cambio della guardia e le riviste militari, a cui sovente assisteva e prendeva parte lo stesso Carlo Emanuele, non avranno mancato di esprimere il loro parere sull'uomo che con la sua truffa aveva rischiato di annullare i loro sudati risparmi. Ma non era questo l'unico evento che li avesse messi in peri­colo. In quegli anni era accaduto anche un altro clamoroso fatto finanziario. Una banca torinese, la casa Moris, che durante la guerra aveva fatto molti profitti ed era reputata solidissima, era fallita. Il giorno prima di fuggire il banchiere, di famiglia piemontese da molte generazioni ma di origine sviz­zera, forse per nascondere la sua situazione e le sue intenzioni, aveva invitato in una sua vigna in collina diversi ministri ed alcuni diplomatici stranieri.

Evidentemente non mancava di straordinario sangue freddo, poichè nessuno si accorse di nulla e tutti si divertirono un mondo. La festa era splendida e organizzata con molto buon gusto, la musica che lo rallegrava eccellente e il banchetto squisito; gli invitati, giunta l'ora di andarsene, ringraziarono il banchiere per la sua deliziosa ospitalità e il giorno dopo sparsero per la città le lodi del piacevole e bel convito a cui avevano partecipato.
L'avveni­mento incominciava a fornire l'argomento di conversazione a tutta Torino, quando si iniziò a diffondere la voce che la banca era chiusa, che il Moris non si trovava e che aveva già valicato il confine.

Tratto da una ricerca di Piera Zumaglino (1942-1994)
pubblicata su “Torino ‘700”
dalla Famija Turineisa nel 1964.