Felici quelli che sono morti sen­za aver mai dovuto domandarsi: "Se mi strappano le unghie, parlerò?".
Ma più felici quelli che non sono stati costretti, usciti appena dall'infanzia, a porsi l'altra domanda:
"Se i miei amici, i miei compagni d'armi, i miei capi strappano le un­ghie a un nemico dinnanzi ai miei occhi, che cosa farò?"
.
Jean Paul Sartre, "Prefazione" a La tortura di Henri Alleg, 1958

Atlante di Torino

La Repressione

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image-1RSI (Repubblica Sociale Italiana) a Torino
Il 6 ottobre 1943 venne ricostituito il Fascio repubblicano di combattimento, con Giuseppe Solaro commissario. La sede fu allestita nella Casa Littoria di via Carlo Alberto 10, l'attuale Palazzo Campana (prenderà la denominazione dal nome di battaglia del partigiano Felice Cordero di Pamparato, detto appunto "Campana", ucciso il 17 agosto del '44).
Il comando provinciale della Guardia Nazionale Repubblicana, invece, s'insediò nella caserma Bergia di piazza Carlina. Successivamente, tra la fine del '43 e il '44, si completò la mappa degli altri uffici e dei vari reparti militari repubblicani: la Prefettura in piazza Castello 205, la Questura in corso Vinzaglio 10, la Brigata nera "Ather Capelli" alla caserma Riva di via Cernaia 23, le Ausiliarie all'albergo Italia di corso Duca di Genova (ora corso Stati Uniti), la Decima Mas alla caserma Montegrappa di corso IV Novembre, il centro di arruolamento delle SS italiane in via Arcivescovado 2 angolo via Roma, i Reparti antipartigiani alla caserma Ferdinando di Savoia (adesso Balbis) di corso Valdocco e l'Ispettorato speciale della polizia antipartigiana in via Avogrado 41.

 

 

 

Carceri e Polizie
Ad un certo punto, nel 1944, in città operavano ben 18 luoghi di detenzione utilizzati da un imprecisato numero di corpi repressivi della RSI: Polizia federale, Brigata nera Ather Capelli, SS italiane, X Mas, Folgore, UPI Guardia nazionale Repubblicana, SIR (Servizio Informativo Repressivo), la Bir el Gobi, GaG (Gruppi Azione Giovanile), Gruppo corazzato Leonessa, Nembo, Folgore, Ufficio Politico della Questura, più Brigate nere provenienti da altre città e alcune bande autonome fuori controllo, senza contare tutto l’apparato poliziesco-militare dei tedeschi.
Il reclusorio più temuto era la caserma di via Asti 22, dove operava l'UPI (Ufficio Politico Investigativo) della GNR (Guardia Nazionale Repubblicana.

image-1UPI di via Asti 22
Al comando prima di Gaetano Spallone, quindi del colonnello Giovanni Cabras vi operavano alcuni personaggi tra i quali spicca nelle testimonianze e negli atti del processo che seguì la Liberazione, il maggiore Gastone Serloreti (Vedi la Scheda di Gastone Serloreti)
Costui faceva parte della polizia politica dal 1931. Dopo l’8 settembre venne mandato in via Asti come maggiore della GNR e dirigente dell’Ufficio Politico, con il compito di catturare i partigiani e gli aderenti al movimento di liberazione nazionale, denunciarli ai tribunali fascisti, consegnarli alle forze armate tedesche per la fucilazione o la deportazione.

Nel 1946 parallelamente al processo ai componenti dell’Upi della Gnr, il giornale “Sempre Avanti!” pubblicò, tra il 21 e il 28 aprile una serie di articoli su via Asti, contro Serloreti e i suoi uomini: “Il lavoro in via Asti è ripartito scientificamente. Vannucchi apparentemente si occupa del lavoro di ufficio che consiste nel compilar le liste di coloro che saranno avviati alla deportazione. Lo assiste Azzario che debutta denunciando i suoi compagni della Snia Viscosa, colpevoli di aver organizzato lo sciopero del marzo. Azzario è un vecchio squadrista che ha dei conti da regolare con quelli che gli rinfacciarono la sua faziosità, dopo il 25 luglio. E si vendica da par suo […] è sufficiente sapere che la lista dei designati alla deportazione è stata scritta di suo pugno e lasciata in duplice copia fra le carte d'ufficio.

image-1Il Fagnola, il Gaslini, il Fenoglio, sono gli sgherri incaricati dei bassi servizi. Sono essi che interrogano le vittime […] sono gli specialisti della tortura i ‘cinesi’ di Serloreti”.
È probabile che le “liste dei designati alla deportazione” di cui si parla fossero di fatto delle segnalazioni che venivano inoltrate alla Gestapo.

Via Asti era soprattutto luogo di interrogatori, tortura, detenzione e fucilazione.
Ricorda Bruno Mulas: “Le notti di via Asti 25 in una cella, stretti sopra un tavolaccio di quattro metri per tre. Il fiato del vicino alita sul viso come parole che si perdono in un soffio. La testa tra le gambe del compagno, cinque uomini per fila cercano di soffocare le loro pene nel sonno senza riuscirci. L’ultimo fa da cariatide, regge la fila colla schiena contro il muro freddo e duro e veglia finché un compagno pietoso non gli dà il cambio. Nessuno dorme finché torna dall’interrogatorio il compagno. Chissà in che condizioni ritorna! Il giorno che si leva è annunziato da squilli di tromba e rombo di motori. Sono gli “eroi” che partono per la razzia. Più tardi, alle prime luci, incolonnati tra le guardie i prigionieri lasciano il buio della cella per andare all’aria, in cortile. […] Alla luce questa povera umanità scopre la sua miseria. La fiera delle teste rotte, delle labbra tumefatte ha inizio […] Così è la via Asti dell’inverno del 1943” .

L'UPI di via Asti chiuse definitivamente poco prima adella mezzanotte del 27 aprile 1945 quando gli ultimi militi uscirono in massa con blindati e autocarri protetti da materassi per proteggersi dal fuoco dei partigiani del gruppo operativo Gmo.

Alla liberazione Livio Scaglione comandante partigiano scrisse: “Occupammo la caserma di via Asti nella notte tra il 27 e il 28 aprile e vi trovammo prigionieri morti e altri stremati dalla fame e distrutti dalle torture” restando fortemente impressionato davanti alle sale dei sotterranei a queste adibite.

image-1La caserma delle torture
Gli interrogatori di solito iniziavano dopo mezzanotte, all’ultimo piano della caserma, lontano da orecchie che avrebbero potuto udire le urla dei prigionieri. Alle pareti degli uffici erano attaccati nerbi di bue e manici di fruste e nelle cantine vennero poi rinvenuti guanti con uncini, lo "stivaletto malese” (che serviva per stritolare i piedi) e la “gondola di Stalin” (appendevano un prigioniero , mani e piedi, a un palo disposto orizzontalmente, per poi percuoterlo).

Michele "Spaccapietre" Bonaglia, un pugile campione europeo, si occupava di picchiare durante gli interrogatori, ma anche senza Bonaglia gli inquisitori usavano altri metodi.
Legate le mani sul dorso facevano sibilare addosso il frustino sino a rigar la pelle di sangue e sfigurare la faccia. Altre volte addossavano le loro vittime al termosifone, sinché le loro mani arrostivano, oppure con fiammiferi bruciacchiavano le orecchie, le nocche e altre parti del corpo. Taluni furono seviziati sino al muro del supplizio. Un comunista, per condurlo alla fucilazione, dovettero sorreggerlo sotto le ascelle perché gli avevano spezzato, a furia di percosse, la colonna vertebrale.



La corruzione e il ricatto
La pratica di corrompere i carcerieri e coloro che interrogavano era piuttosto diffusa. Un esempio: tramite l'avvocato Mario Dal Fiume (legale di fiducia della Fiat) la famiglia di Bruno Segre, detenuto in via Asti, pagò 5.000 lire al tenente Grassi (lui si qualificava tenente ma pare fosse solo brigadiere) per eliminare un documento compromettente trovato all'atto dell'arresto: "Appena ci siamo visti - racconterà l'avvocato - lui mi ha dato la mano. In pugno aveva i pezzetti del documento..."

Tra il 15 e il 20 marzo 1944 il CLN comunica a Gastone Serloreti che per le torture inflitte ai prigionieri era stato condannato a morte.
Serloreti reagì comunicando che se fosse stato ucciso lui, o uno dei suoi diretti collaboratori, dieci detenuti sarebbero stati fucilati.
Tramite Alberto Tedeschi, a seguito di questa minaccia incrociata, si giunse ad un accordo: revoca della sentenza capitale e impegno a cessare le sevizie e liberare entro un mese quattro detenuti in cambio della sospensione della sentenza del CLN.
Da quel momento le sevizie subirono una sospensione, per essere riprese saltuariamente.

image-1Dopo la liberazione Gastone Serloreti accusato di grave collaborazionismo militare con i tedeschi venne condannato a morte insieme al Fagnola. Tutti gli altri componenti dell’Upi di Torino vennero condannati ad un numero variabile tra gli otto e i venti di anni di reclusione. Sospese dal ricorso le esecuzioni capitali, la Cassazione annullò nel 1947 la sentenza, per la sopraggiunta amnistia.
Successivamente Serloreti e Fagnola vennero condannati a otto anni di carcere. Nel corso del processo tenutosi a Bergamo, particolarmente interessante la testimonianza del prof. Valletta, amministratore delegato della Fiat (vedi ingrandimento articolo di giornale).

Una lapide posta nel 1962 dal Comando della divisione Cremona nel fossato dove avvenivano le fucilazioni recita: “Qui caddero / i valorosi patrioti torinesi / martiri della resistenza / 1943-1945”.

Vedi le foto delle caserma di via Asti

 



image-1Don Edmondo De Amicis
Tra coloro che conducevano gli interrogatori bastonando con accanimento, molti testimoni citano don Edmondo De Amicis (Leggi la sua scheda), cappellano della GNR, nipote dello scrittore omonimo. Abitava in piazza Statuto 21 (poi in corso Duca degli Abruzzi 35).
Ferito in un attentato nell'agosto del 1944, viene nuovamente colpito il 24 aprile 1945 da due giovani dei Gap in bicicletta, davanti alla chiesa della Crocetta, muore due giorni dopo all'ospedale militare.









image-1Giovanni Cabras
Agli inizi di giugno del 1944 assume la carica di vicecomandante dell'UPI. Il 15 luglio è promosso simultaneamente colonnello e comandan­te provinciale dell'Upi della Gnr. La sua ascesa appare veloce e inarrestabile, infatti solo tre mesi dopo, il 9 ottobre, viene scelto per dirigere il nuovo Comando milita­re provinciale di Torino. In questa veste si rende responsabile di numerosi atti di repressione contro la Resistenza.
Il 28 aprile 1945, sotto l'incalzare dell'insurrezione, abbandona la città guidando una colonna fascista di circa 3 mila persone, mentre il CLN lo con­danna a morte mediante impiccagione. Il 5 maggio 1945 viene arrestato dagli anglo­ americani a Strambino, nei pressi di Ivrea.

image-1Tradotto nel capoluogo piemontese, il 16 agosto 1945 viene processato per il reato di collaborazionismo e condannato a 20 an­ni di carcere; nel gennaio 1947 è però amnistiato dalla Cassazione e posto in liber­tà. Nel marzo dello stesso anno si trasferisce a Monserrato, all'epoca un sobborgo di Cagliari, dove si stabilisce defìnitivamente.

La scheda di Giovanni Cabras - (20 anni di reclusione)

Leggi l'interrogatorio di Giovanni Cabras (.pdf)




image-1Giovanni Cabras, ucciso quattro volte... ma non è lui
A morire al suo posto, a causa di scambi di persona, sono stati altri quattro, forse cinque uomini. Tra gli altri un vigile urbano e un ferroviere, scambiati per lui a causa di una particolare somiglianza, nonostante il ferroviere fosse un torinese e Cabras un sardo.

Ma anche un altro uomo che per nulla somigliava al comandante della Guardia venne impiccato al posto suo. Si parlò anche di un operaio, di un professore e di un tranviere. I giornali dell’epoca e numerosi testi riportano la notizia della morte di Giovanni Cabras in quei giorni di aprile: egli, in realtà, lasciò la città di Torino con un folto numero di fascisti quando l’insurrezione partigiana divenne un rischio concreto.



L'assassinio del mediatore
Vale la pena raccontare un episodio che rende l’idea della situazione e degli attori di questo terribile dramma che fu la guerra civile.
Antonio Banfo, era un operaio di Torino, comunista ma moderato, personaggio stimato anche dagli avversari al punto di essere in grado di trattare con i rappresentanti di Salò per evitare la deportazione in Germania di suoi compagni di lavoro.
Questa moderazione di Banfo pronto al dialogo con il “nemico” non va giù al Pci, che non vuol sentir parlare di dialogo.
Antonio Banfo viene assassinato la sera del 18 aprile 1945 insieme al genero Salvatore Melis. Degli assassini si perdono subito le tracce, i partigiani accusano Cabras quale mandante, mentre i repubblicani danno la colpa ai comunisti.
Il processo che si tiene nel 1946 rileva che “nonostante il suo odio per i partigiani, è rimasta però esclusa qualsiasi partecipazione del Cabras all’uccisione dell’operaio Banfo”: Cabras, piuttosto, definisce l’assassinio di Banfo come “il più grave omicidio politico dell’epoca”. Non solo: aveva messo a disposizione tutti i suoi risparmi, “costituiti dagli stipendi che non avevo potuto trasmettere alla mia famiglia, cioè lire 100.000, quale premio per la scoperta degli autori del misfatto”.
I responsabili verranno individuati nei componenti di una squadra speciale della Federazione (GaG) comandata da Tullio Dechiffre.

Leggi il resoconto completo dell'assassinio di Antonio Banfo e Salvatore Melis

Articolo "La Stampa" del 20 aprile 1945 che attribuisce l'assassioni di Banfo ai comunisti.

* Tullio Dechiffre - la sua scheda

* Deposizione di Rosa Ghizzoni Montarolo, detta Gina, sull'uccisione delle sorelle Arduino

* Interrogatorio di Tullio Dechiffre (condannato a morte / ergastolo / 10 anni / liberato nel 1954)


Documenti relativi all'UPI (Ufficio Politico Investigativo della G.N.R in via Asti)

Scheda di Gastone Serloreti (condannato a morte)

Articolo La Stampa del 22 maggio 1946 relativo al processo Serloreti - UPI

Verbali delle indagini sulle attività dell'UPI

Biagio Rambaudi - milite

Umberto Vannucchi - maggiore (condannato a 12 anni) dirigeva l'ufficio "ribelli".

 

Altri protagonisti delle vicende di via Asti

Franco "Angelo" Angelini- partigiano doppiogiochista spia dell'UPI.

Giuseppe Azzario
capitano (condannato a 8 anni)
Era l'incaricato che, per conto dell'Ufficio Politico, andava a prelevare le persone per spedirle in Germania.

Antonio Bertolè - Comandò il rastrellamento di Ciriè (1° agosto 1944) in cui vennero arrestati sedici operai, sequestrati viveri e fucilato il partigiano Anselmo Bedda. Il 28 novembre 1945 viene prelevato a casa sua da alcuni uomini che si presentano come agenti di polizia e poco dopo viene rinvenuto cadavere per strada in via Beaumont.

Michele "Spaccapietre" Bonaglia pugile

Romolo Brancaleoni - (1906-1945) domiciliato in via Mazzini 37. Maresciallo dell’UPI pare sia stato l’ultimo ad usare ancora violenza nell’aprile del 1945 nella caserma di via Asti. Nel 1944 aveva partecipato all’arresto e all’uccisione del comandante partigiano Agostino Priuli. Il 19 aprile del 1945 viene incaricato delle indagini sull’uccisione di Antonio Banfo, individuando in Dechifre il probabile colpevole. Il 30 aprile 1945 verrà impiccato dai partigiani in Barriera di Milano.

Emanuele Caporale - tenente dell'UPI. L'8 maggio 1945 viene ferito mortalmente in corso Vittorio Emanuele angolo corso re Umberto, mentre tenta di fuggire dal trasporto che lo sta portando alle "Nuove".

Ermenegildo Cortese - (condannato a 4 anni e 8 mesi)

Roberto Fagnola - tenente (condannato a morte) Indicato come uno dei torturatori più feroci. Aveva o fingeva di avere una mano o un braccio artificiale. Uccise il partigiano "diavolo nero".

Antonio Franzolini - "K 9" - arrivato da Udine per continuare il suo mestiere di cacciatore di ebrei. Fece arrestare, deportare e fucilare decine di persone. Fu lui che riuscì a stanare e a catturare Italo Momigliano, che morì in un lager. Processato a Udine nel 1947 venne condannato a 13 anni e 10 mesi per collaborazionismo ed omicidio. Dopo pochi mesi fu amnistiato e rilasciato

Gastone Gaslini - (latitante - condannato a 30 anni ridotti a 20)

Tristano Gionso "Johnson" - (condannato a 15 anni)

Giuseppe Grande tenente - (condannato a 30 anni ridotti a 20). Secondo una testimonianza di un suo dipendente "si lamentava spesso delle porcherie e mangerie dei superiori". Comandò il rastrellamento di Pianezza

Bartolomeo Manzella - "Pirulin dla mala" ladro rinchiuso in via Asti, delatore, divenne maresciallo delle SS italiane.

Alessandro Marcacci - capitano (latitante - condannato a 10 anni). Alcune deposizioni al processo del 1946 lo indicarono come infiltrato del CLN all'interno di via Asti per ottenerev informazioni.

Silvano Marconcini -"K 13"- tenente (condannato a 8 anni) già spia dell'OVRA (la polizia segreta fascista prima el 1943) si fingeva arrestato per carpire le confidenze degli altri detenuti.

Marconi - era l'autista di Serloreti. Il 4 ottobre 1944 venne fucilato in via Asti per essere un informatore dei partigiani ai quali aveva dato modo di eliminare sei agenti dell'UPI. Dopo la fucilazione tutti i componenti dell'UPI spararono sul cadavere del giustiziato.

Giuseppe Saporito - (condannato a 15 anni)

Luigi Saporito - (condannato a 8 anni) - l'archivista di via Asti.

Gaetano Spallone - console, comandante provinciale GNR (condannato a 30 anni). Comandante della caserma di via Asti fino al luglio 1944. Al processo dichiarerà che le proposte di deportazione in Germania erano sempre preparare da Serloreti e che lui firmava senza rendersi conto della gravità e delle conseguenze che portavano i documenti da lui negligentemente firmati.

Ulderico Sciarretta - doppiogiochista (condannato a morte, sentenza annullata il 6 dicembre 1946). Nel dopoguerra si dedicò al cinema; nel 1963 produsse (recitandovi) "La sfida del diavolo", considerato il peggior horror del cinema italiano. Nel 1964 fu il produttore di Crimine a due (La casa sulla fungaia). Morì nel 1990.

Francesco Vacirca - milite. Uno dei cinque uomini dell'UPI che si erano recati in via San Bernardino per arrestare Dante Di Nanni, bloccandolo nell'alloggio dove troverà la morte. Il Vacirca verrà giustiziato dai partigiani il 1° settembre 1945.

Angelo Valerio - (latitante - condannato a 8 anni)

NB. Nella quasi totalità dei casi la Cassazione annullerà le sentenze
senza rinvio perchè il reato non è "preveduto dalla legge come reato".

Decreto di amnistia del 22 giugno 1946 (.pdf)

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Giovanni Ivaldi - partigiano doppiogiochista delatore
* verbale del suo interrogatorio in via Asti da parte di Romolo Brancaleoni 12 febbraio 1945
* verbale di denuncia dell'UPI - 14 febbraio 1945 (.pdf)
* verbale del pubblico ministero corte d'Assise al suo processo per delazione a favore dell'UPI - 25 settembre 1946 (.pdf)

Documenti

Articolo "La Stampa" del 5 maggio 1946 sul processo UPI in cui sono documentate le torture, specificatamente di Caslini, De Amicis e Fagnola.

Articolo "La Stampa" del 10 maggio 1946 in cui si documentano corruzione (Fagnola) e l'attività del Marconcini. (.pdf)

Articolo "La Stampa" del 22 maggio 1946 con la sentenza del processo UPI di via Asti

Altra documentazione originale

Leggi il memoriale (.pdf) di Sisto Borla, comandante del plotone di esecuzione
della rappresaglia per l'attentato al ristorante degli Artisti del 20 settembre 1944

Ai rastrellamenti partecipò anche una donna, Angiolina Peyla, più tardi appartenente alle SAM (Squadre d'azione Mussolini). (.pdf)

Documenti relativi all'attività della Brigata nera Ather Capelli che aveva sede nella Caserma Riva (Cernaia). (pdf)

Raffaele Castriota (condannato a 8 anni)
Il 29 dicembre 1943 è nominato comandante della Brigata Carabinieri inquadrata nella GNR. presso la caserma Pogdora in via Accademia Albertina 13. Nel gennaio 1944 diventa ispettore regionale della GNR. Processato per collaborazionismo viene condannato a 20 anni di carcere per arresti e denunce di renitenti alla leva della RSI. Beneficia dell'amnistia e viene scarcerato il 15 agosto 1946.
Leggi l'interrogatorio di (.pdf) di Raffaele Castriota (1887-1978)

Memoriale del generale Antonio Beltramo, responsabile dell'Ufficio Combustili Solidi (UCS) accusato di tradimento dal generale Giuseppe Perotti  (Torino, 1895 – fucilato al Martinetto il 5 aprile 1944) coordinatore del 1º Comitato militare regionale piemontese (CMRP) della Resistenza.

Alois Schmid - capitano SS comandante del SiPo-SD presso l'albergo Nazionale (condannato a 8 anni)
Articolo "La Stampa" del 31 marzo 1950 relativo al processo al capitano Alois Schmid (.pdf)

Articoli "La Stampa" del 18 e 19 settembre 1946 relativi al processo a sei ufficiali della X Mas per le atrocità alla caserma Monte Grappa

La furia della vendetta
Dopo la Liberazione 1138 persone (secondo una stima del nuovo governo), fascisti o ritenuti tali, vennero "giustiziati" in città, travolti dalla rabbia popolare.


Vedi le foto delle caserma delle torture in via Asti

Vai alla zona della caserma di via Asti fuori le mura in Borgo Po

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