Atlante di Torino

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image-1Contrada di Po
Aperta nel 1676 costituì l'asse del secondo ingrandimento della città. Il progetto di Amedeo di Castellamonte, fu particolarmente scenografico: lunga 704 metri, larga 18,50 è fiancheggiata da palazzi di architettura uniforme, con portici larghi m.5,10 ed alti 6,70.
Le terrazze sostenute da archi che uniscono fra loro i fabbricati sul lato sinistro della via furono aggiunti per volere di Vittorio Emanuele I nel 1819 per consentire, dopo la sistemazione della piazza Vittorio, una passeggiata al coperto lunga ben 1250 metri.
I lavori per completare la contrada durarono circa fino al 1718. Con Regio Viglietto del 7 agosto 1772 venne approvato il piano dell'architetto Dellala di Beinasco per l'innalzamento delle case laterali ad un'altezza di almeno sei trabucchi (circa metri 18,50).
Nell'emiciclo, sulle teste, non vi erano all'origine i portici che furono aggiunti soltanto quando fu sistemata la piazza Vittorio e congiunti i nuovi ai vecchi. Allo sbocco della contrada nell'emiciclo c’era la Porta di Po eretta su disegni dell'architetto Guarino Guarini nel 1676.

image-1L'andamento diagonale della nuova arteria che rompeva con la tradizione del reticolato ortogonale della parte più antica della città derivò da inevitabili necessità. L'arteria principale conveniva prendesse inizio dalla piazza Castello, che fosse centrata su questo ed orientata verso il ponte in legno esistente sul Po. Questo andamento diagonale era anche imposto dalla direzione pure diagonale della linea di fortificazione lungo la scarpata verso la Dora. Se l'arteria centrata sul castello fosse stata tracciata parallela al reticolo sarebbe risultata marginale e secondaria rispetto all'abitato in progetto, terminante di striscio rispetto alle fortificazioni e lontana dallo sbocco del ponte. Se invece che sul castello fosse iniziata più a sud si sarebbe perduto il dominio del castello e la sua monumentalità. Inoltre si sarebbe dovuto demolire il convento dei Minimi e la chiesa di San Francesco da Paola già costruita prima ancora del progettato ingrandimento.
Nel 1726 si provvide a scavare un canale sotterraneo in cui riversare le acque fluenti dalla contrada di Dora Grossa ed altri eventuali scarichi. Il canale attraversava la piazza Castello e percorreva tutta la contrada di Po e convogliava le acque fuori dalle mura verso il fiume.
Nel 1830 l'acciottolato col quale era prima pavimentata la via fu sostituito da lastre di pietra a disegno con pietre di vario colore.
Nel 1846 venne inaugurata l'illuminazione a gas che nel 1880 fu sostituita da quella elettrica.



image-1Beccaria dà i numeri
All'inizio della contrada nell'isolato di sinistra sopra ai tetti si elevava una piccola torre quadrata, ora ridotta ad abitazione, sulla quale il celebre fisico Padre Beccaria faceva osservazioni metereologiche ed esperienze elettriche. Qui venne realizzato il primo parafulmine esistente in Italia.
La fantasia popolare si figurava che il Padre, in quella sua torretta fra cumuli di libroni, fosse immerso in chissà quali misteriosi calcoli per trovare i numeri buoni del Lotto ed ogni tanto qualcuno più ardito andava ad importunarlo o nello studio od in casa sua od anche per la via per chiedergli qualche buon terno.
Si racconta che un ciabattino recatosi un giorno nel suo studio per consegnare un paio di scarpe chiedesse dei numeri per una fortunata giocata. Il Beccaria, intento in qualche elaboratissimo calcolo astronomico, cercò di spiegare all'uomo che non poteva accontentarlo. Intanto teneva una mano su una tavola di logaritmi aperta e con l'indice segnava il numero che gli occorreva nel calcolo in corso.
Il buon uomo suppose che con quel dito il Padre volesse, senza averne l'aria, dargli un buon suggerimento e si impresse in mente quella cifra. Appena fuori ne cavò un terno, lo giocò e vinse. Per il Padre fu un vero disastro perché, diffusasi la voce, nonostante le smentite, le richieste si moltiplicarono togliendo al povero fisico la pace.

image-1Percorrendo la contrada a sinistra da piazza Castello verso il Po sotto i cosìdetti «porti dla pieuva», preferiti dai vecchi torinesi nei giorni di pioggia, perché, come si disse, le terrazze su arcate costruite nel 1819 fra edificio ed edificio nell'attraversamento delle vie trasversali, consentono di percorrere tutta la strada al riparo dalla pioggia.

 



image-1Uno dei primi negozi che si incontrano è quello dell'orefice Musy. I Musy vennero a Torino intorno al 1706 come orologiai ed ebbero il primo negozio nel padiglione che univa Palazzo Madama a quello Reale. Nel 1765 furono nominati orologiai ed orefici della Real Casa. Nel 1818 il negozio venne trasferito in via Po.

Circa a metà dell'isolato c’era l'allora ben noto Caffè Alfieri già Du Midì rinomato per i gelati e fornitissimo di giornali italiani ed esteri anche illustrati.

 



image-1Il secondo isolato è tutto occupato dal Palazzo dell'Università che ospitava pure la Biblioteca Nazionale, prima del suo trasferimento in piazza Carlo Alberto. Alla costruzione di questo palazzo contribuirono vari architetti; il Garove fece un progetto nel 1712, il Ricca diresse parte dei lavori e progettò il cortile eseguito nel 1713, il Bertola diresse pure lui i lavori nel 1715 e Juvarra dal 1716 al 1730 contribuì con disegni delle gallerie, la cappella e la libreria.

Da notare che la facciata con l'ingresso principale è nel lato prospicente la contrada della Zecca (via Verdi d'oggi), mentre il fronte verso la contrada di Po segue l'architettura di tutta la strada. A seguito dei moti del 1821 l'ingresso verso la via Po venne chiuso fino al 1848.
L'Università o come allora si diceva lo Studio torinese fu istituito da Ludovico d'Acaia nel 1403-1405 ed ebbe prima sede nella casa dei Borgesi, nel primo tratto della contrada di San Francesco d'Assisi dirimpetto a San Rocco. A causa delle pestilenze e delle guerre fu trasferito a Chieri, poi a Savigliano, ritornò a Torino, ma di nuovo emigrò fuori città, a Mondovì.
Fu soltanto nel 1566 che lo Studio fece ritorno a Torino ed ebbe anni di eccezionale floridezza e fama. Nel 1710 Vittorio Amedeo II volle che l'ateneo avesse finalmente una degna sede nel palazzo da lui fatto erigere nella contrada di Po.

 

 

 

 

Vedi le immagini del rettorato dell'Università in via Po

 

 

 

 

 

Quasi dirimpetto alla chiesa di San Francesco da Paola c’era un caffè-ristorante elegante e molto noto, il Parigi, poi trasformato in cinematografo. All'angolo con la contrada dell'Ippodromo (via Rossini odierna), funzionava un altro antico caffè, il Venezia.

Continuando a percorrere la contrada nella quarta isola (l'antica isola di San Maurizio), fra le vie Rossini e Montebello, sulla facciata dell'edificio (numeri dal 29 al 37), si nota una serie di stemmi. Questo palazzo, detto appunto degli Stemmi, era l'antico Ospizio od Ospedale della Carità. Dopo il trasferimento dell'Ospizio nella sede di corso Stupinigi (ora corso Unione Sovietica) nel 1887, nei locali rimasti liberi trovò sistemazione per molti anni di Distretto Militare.
Nel 1984 la parte interna dell’edificio è crollata ed è stata completamente riedificata ed ora è occupata da uffici dell'Università.

Caduti in gran parte in rovina i fabbricati sotto i bombardamenti aerei dell'ultima guerra (rimase solo integro il corpo di fabbricato verso la via Po), sull'area, sgombrata dalle macerie, sorse il nuovo palazzo della RAI con fronte sulla via Verdi.
Per spiegare la presenza di quegli stemmi occorre riassumere il più brevemente possibile la lunga storia dell'Ospizio di Carità. Negli ultimi anni di regno di Emanuele Filiberto i membri della Compagnia di San Paolo con altri benefattori formarono un'Unione detta della Carità e decisero di costruire in borgo Po su un'area circa dove c'era il convento delle Rosine, una casa -denominata Albergo della Carità- ove ospitare e nutrire i poveri inabili al lavoro. I poveri in condizione di lavorare dovevano essere pure riuniti e per insegnar loro un mestiere.
Del progetto iniziale non ebbe esecuzione che la seconda parte ed i poveri abili al lavoro furono raccolti in quello che in seguito divenne poi l'Albergo di Virtù (in piazza Carlo Emanuele II o Carlina). Nel 1628, venne eretto l'Ospedale di Carità e lo si unì a quello gestito dai cavalieri dell'ordine di San Lazzaro, denominato Lazzaretto, al di là della Dora. Tutti i poveri e mendicanti furono adunati il 2 aprile davanti al Duomo per essere accompagnati all'Ospedale dal duca, dalla Corte e dati cittadini infiammati dal predicatore gesuita padre Albricci. Poco dopo però essendo il luogo lontano dalla città e malsano l'Ospedale dei poveri venne trasferito nell'Ospedale dei padri di San Giovanni di Dio o del Santo Sudario in via delle Rosine verso via Giolitti ove sorse poi il convento delle Rosine.

image-1Anche qui l'Ospizio non rimase a lungo perché le guerre e le pestilenze l'avevano reso inospitale, così poveri e mendicanti dilagavano per la città. Riordinato, sempre per interessamento della Compagnia di San Paolo e del presidente Bellezia e con gli aiuti di Madama Reale Maria Cristina, nel 1650, l'Ospizio di Carità veniva riaperto in un grande fabbricato dei signori Tarino in via Po. Da qui venne ancora una volta trasferito nell'isola del Beato Amedeo, sull'area successivamente occupata dal Ghetto degli Ebrei e compresa fra le vie d'Angennes (Principe Amedeo), San Francesco da Paola, San Filippo (Maria Vittoria), Ambasciatori (Bogino} ed ove nel 1869 venne poi eretto il palazzo Carrera,
Nel 1679 Maria Giovanna Battista, seconda Madama Reale, temendo che un eccessivo affollamento di poveri in uno spazio ristretto potesse costituire un pericolo per loro e per la salute pubblica, fece trasferire nuovamente l'Ospizio nella villa sulla collina torinese, dirimpetto al castello del Valentino, fatta erigere dalla prima Madama Reale e che dopo la sua morte era stata abbandonata. Fu allora che gli Ebrei, già radunati presso l'Ospedale di San Giovanni di Dio e del S. Sudario e quelli sparsi per la città, vennero concentrati nel nuovo Ghetto di via d'Angennes (via Principe Amedeo). Ma ancora la scomodità del sito e le impervie strade della collina convinsero a riportare l'Ospizio in città sistemandolo dove era precedentemente l'Albergo di Virtù, che dalla sede di fronte alla Posta dei Cavalli, nella quarta isola di via Po, dove un tempo c'era una casa "di delizia" di Amedeo di Savoia, dal 1682, aveva trovato una nuova sistemazione in piazza Carlina.


Ma nel 1716 per la strada c'erano ancora un gran numero di poveri. Vittorio Amedeo II con l'aiuto del gesuita Andrea Guevarra ed altri padri, stimolarono e sollecitarono la carità dei cittadini, affinché tutti contribuissero all'impresa di bandire la mendicità col mantenere i poveri nell'Ospizio di Carità. Nel 1716 stesso fu costruito il nuovo fabbricato che con successivi ingrandimenti venne poi ad occupare tutto l'isolato fra le vie Po, della Posta (Rossini), Zecca (Verdi) e Cannon d'Oro (Montebello ).
Il 7 aprile 1717 i questuanti furono riuniti in numero di più di ottocento e dopo una processione, seduti a tavola in piazza Castello, vennero serviti, alla presenza del re e della Corte, dai paggi di corte e dalle Figlie d'Onore, da Dame e Cavalieri destinati da Madama Reale e dal re. Quindi in corteo accompagnati ad occupare il nuovo Ospizio.
Il ricordo dei benefattori, che con le loro offerte avevano resa possibile l'erezione dell'Ospizio, fu affidato ad iscrizioni, stele, busti disposti in tutti i locali, gallerie, vestiboli, anditi e nella chiesa dedicata al Beato Amedeo. La maggior parte di queste memorie fu traslocata poi nella nuova sede di corso Stupinigi (corso Unione Sovietica), sorta tra il 1882 ed il 1887 su disegno dell'architetto Caselli. Quivi queste iscrizioni, armi, busti, ecc. vennero allogate con gusto nelle apposite gallerie.
Gli stemmi gentilizi deii benefattori dalle più cospicue elargizioni, avevano trovato posto sulla facciata del palazzo verso via Po. Tutti gli stemmi all'epoca della dominazione francese vennero tolti e poi ricollocati alla Restaurazione, ma alcuni in una sede errata cioè non più presso le iscrizioni riguardanti le famiglie alle quali essi appartenevano. Ciò rilevò il Claretta che dice inoltre di non avere controllato la descrizione delle armi esistente in un suo manoscritto e nel volume contenente le « Leggi e Regolamenti e concessioni di stemmi gentilizi delle quali molte originali dal secolo XVI al XIX ».
Tutte le storie e le guide di Torino consultate raccontano abbastanza concordemente le vicende dell'Ospizio ed alcune accennano anche agli stemmi dei benefattori, esistenti sulla facciata, ma nessuna riporta l'elenco delle famiglie dei benefattori alle quali dette armi appartennero. Tali stemmi oltre alla memoria dei generosi benefattori, sono una testimonianza di pregevoli decorazioni ornamentali nelle quali lo scudo, di forma ovale, è racchiuso in una composizione sempre differente di cornici, volute, lambrequins di notevole gusto e creatività.

Vedi tutti gli stemmi del palazzo con tutte le specifiche araldiche (procedendo lungo la via Po verso la piazza Vittorio Veneto )

Il primo edificio dell'isolato successivo è la casa Tarino divenuta tristemente famosa per il grandioso incendio del 1861 durato ventiquattro ore, durante il quale per il crollo improvviso del tetto persero la vita un colonnello dei carabinieri, un maggiore e dieci uomini di truppa intenti a combattere le :fiamme.

image-1image-1All'angolo con la via Sant'Ottavio si incontra la chiesa della S.S. Annunziata. La primitiva chiesa fu fatta erigere dalla Congregazione della S.S. Annunziata nel 1648 su progetto dell'architetto C. Morello. Più volte restaurata e modificata nel 177 6 su progetto dell'architetto F. Martinez fu dotata di una nuova facciata. L'antica chiesa eretta a parrocchia nei primi anni del 1800 era divenuta insufficiente. Non potendosi pensare ad un ingrandimento anche per la prosecuzione della via Sant'Ottavio fino a via Po, ne venne, nel 1914, decisa la demolizione e la ricostruzione più arretrata. La ricostruzione su progetto degli ingegneri G. e B. Gallo, subì qualche ritardo, ma nel 1928 la chiesa fu riaperta e consacrata l'anno seguente. La facciata a portico reggente un loggiato a grandi arcate fu finita qualche anno dopo nel 1934. La chiesa subì danni nei bombardamenti del 1942 successivamente restaurati. I battenti in bronzo del portone d'ingresso sono opera dello scultore G.Buzzi.

Vedi le immagini del rifacimento della SS. Annunziata dal 1927 al 1934

 

 

 

 

 

 

 

 

Vedi le immagini della SS. Annunziata ai giorni nostri

 

 

 

 

 

 

 

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Via Po 50
La tradizione dei negozi di prestigio in quella che è stata definita "La regina delle vie"

 

 

 

image-1image-1Nell'ultimo isolato prima dell'emiciclo, isola di Sant'Antonio Abate, vi era un tempo il convento degli Ospedalieri di Sant'Antonio, venuti a Torino nel 1721 prima in San Dalmazzo poi, nel 1626, trasferiti nel nuovo convento e chiesa in borgo Po. La chiesa, nel 1750, fu arricchita dalla cupola, dalla facciata e dal coro su progetto dell'architetto B. Vittone. Nel 1776 l'ordine fu soppresso cedendo i monasteri all'Ordine di San Maurizio e Lazzaro. Il convento fu abbattuto nel 1806 e sull'area del fabbricato e giardino sorse un edificio ove fino al 1831 ebbe sede la Guardia del Corpo. La chiesa prima fu da Vttorio Amedeo II concessa all'Opera della Mendicità Istruita e, quando questa passò a Santa Pelagia, fu ridotta ad usi profani e quindi distrutta intorno al 1830. Tra due colonne di pietra, probabile ingresso, è ancor oggi visibile, all'esterno dei portici, il simbolo della croce dell'Ordine degli Ospedalieri.
Davanti alla chiesa una volta avveniva la benedizione degli animali.

 

 

Dalla parte nord dell'emiciclo un vicolo detto del Cavallo Marino, dal nome di un'osteria ivi esistente, conduceva alla contrada della Zecca (via Verdi).

image-1Nel primo isolato a destra ripartendo da piazza Castello c’era l'elegante Caffè Ristorante Dilei, con soffitto a vetri dipinto e molto frequentato già in epoche risorgimentali. Chiuse la sua attività nel 1935.

 

 

 

 

image-1All'angolo di via Bogino si trova ancor oggi il famosissimo Caffè Fiorio, già ritrovo elegante ed aristocratico della « haute » torinese detto anche Caffè dei Codini e « Cafè dle coe ». Il periodo d'oro fu anche per questo caffè quello in cui maturarono i futuri destini d'Italia. L'alta classe dei frequentatori, faceva certi di poter qui raccogliere le primizie di quanto avveniva non solo nella società, ma anche nei ministeri ed a Corte. Si dice che lo stesso Carlo Alberto chiedesse ogni mattina al suo aiutante: «Qu'est qu'on dit au Café Florio». Al Caffè Florio, nel 1841, il conte di Cavour con alcuni amici fondò il famoso Club del Wist. Durante il più ardente periodo risorgimentale il caffè mutò nome in quello di Caffè della Confederazione Italiana, per poi riassumere l'antico, in tempi più pacati.

All'angolo con via San Francesco da Paola c'era il Caffè Londra che nell'imminenza della campagna del 1859 fu particolarmente frequentato dagli immigrati politici.

image-1La chiesa di Madama Reale
Segue la chiesa dedicata a San Francesco da Paola eretta nel 1632 per munificenza di Cristina di Francia vedova di Vittorio Amedeo I, come testimonia il suo stemma sul portone. Il titolo di Madama Reale le spettava in quanto primogenita di Enrico IV re di Francia ed il diritto di fregiare le sue armi con la collana dell'Annunziata le discendeva dall'essere Reggente del ducato per il figlio minorenne.

Adiacente alla chiesa il convento dei padri Minimi e, dopo l'abolizione dell'ordine, la parte verso la via Po fu destinata al Liceo Gioberti, all'anfiteatro di chimica, all'Istituto di Medicina Legale e ad altre scuole e divenne quindi sede dell'Accademia di Medicina. La parte verso via Accademia Albertina, con ingenti lavori di adattamento ed ingrandimento progettati dal Talucchi, divenne sede dell'Accademia stessa.

 

 

 

image-1Caffè del Risorgimento
Più avanti un altro caffè molto noto, il Caffè Nazionale.
Un tempo era chiamato delle Colonne per una colonna triangolare con specchi che stava in mezzo alla sala. Fu anche uno dei primi locali ad esser adornato di specchi lungo le pareti e ad avere aboliti gli ammezzati per alzare notevolmente la sala. Frequentatissimo già in periodo prerisorgimentale, divenne convegno di quanti erano animati da generose speranze e fu lì che Roberto d'Azeglio, nel pomeriggio dell'otto febbraio del 1848, salì su una tavola, in mezzo ad una folla entusiasta, diede lettura, prima ancora dell'affissione, del proclama col quale Carlo Alberto, accordando le desiderate Riforme, prometteva solennemente lo Statuto.

image-1Teatro Rossini
Dove ora c'è il vicolo Ozanam, fondatore della Conferenza di San Vincenzo, un tempo si apriva il cortile dell'albergo della Concordia o Hotel de France e poco oltre il teatro Rossini. Questa sala di spettacolo, prima assai modesta, venne aperta nel 1771 in casa del signor Ughetti da certi Brina e Dardanelli. Poco dopo la sala che doveva essere assai modesta venne abbattuta e ricostruita e fu gestita dal Brina e dal Gallo che ne divenne poi l'unico gerente. Ancora demolito e ricostruito col 1792 riprese a funzionare sotto il nome di Ughetti su progetto dell'Ogliani. Poco dopo accanto al nome di Ughetti compare, come socio, quello di Sutera, ma restava sempre un teatro di second'ordine. Scomparve quindi il nome dell'Ughetti e restò il solo nome del Sutera. Nel 1828 il teatro venne distrutto da un incendio, ma prontamente ricostruito su progetto del Talucchi. Chi ne sollevò le sorti fu il teatro dialettale. Nel 1856 venne ribattezzato Rossini e furono eseguiti notevoli lavori di restauro alla sala ed ai servizi sotto la direzione dell'architetto Gabetti. Il teatro continuò ad alternare periodi più felici con altri meno, sempre nel campo del dialettale, passando negli ultimi anni dal teatro di prosa alla rivista finendo quindi come cinema-varietà. Un furioso incendio nel 1941 poneva definitivamente fine alla sua lunga attività.

image-1Caffè famosi
All'angolo con via San Massimo ancora un caffè, il Livorno, ed allo sbocco della contrada di Po nella piazza Vittorio Veneto il Caffè Gallino, oggi con altro nome, frequentato dalle Guardie del Corpo della vicina caserma ed ove accorrevano di buon mattino per prendere il «bicerin» le contadinelle della collina, scese in città con il latte fresco, la verdura ed i fiori.

 

 

 

 

 

 

 

image-1«Gir dij pòrti»
Con il giro intorno alla piazza Vittorio si completava il «gir dij pòrti», cominciato in quelli di piazza Castello, giro detto anche «'l gir dij pòrti dla bota», per la forma di bottiglia che aveva in pianta il tracciato. Invidiabile comodità che consentiva e consente ai torinesi, anche con pioggia o neve di farsi quasi all'asciutto una bella passeggiata. L'ampia e rettilinea arteria durante il Carnevale offrì un invidiabile itinerario per le sfilate dei carri e carrozze, che per il XVIII e XIX secolo continuarono, con gran pompa ed eleganza, a percorrerla fra addobbi ed allegorie alle volte grandiose.

 

 

 

 




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