Atlante di Torino

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image-1Il Castello
Fino al 1673 la piazza occupava solo la parte ad occidente del Castello, mentre a est c’erano i bastioni ed i fossati delle mura.
Quando Ludovico d'Acaia ingrandì il castello eretto da Guglielmo VII di Monferrato, inglobando la porta romana, sull'area su cui sfocia via Garibaldi, venne sistemato un giardino con viti e una « tòpia » (pergolato).

 

 

 

 

 



image-1Alla fine del XVI secolo al centro della piazza c’era il castello dal quale si dipartivano due corpi di fabbrica addossati alle vecchie mura, l'uno che congiungeva il castello al vecchio palazzo ducale, l'altro in direzione opposta.

 


image-1Un'altra manica con portici e un padiglione più elevato al centro, divideva la piazza dalla piazzetta antistante il palazzo ducale.
Ai lati ovest e sud si affacciavano sulla piazza modeste costruzioni. Un canale scoperto scendeva da via Dora Grossa, aggirava la piazza a sud e si gettava nei fossati fuori Porta Fibellona.
Nel 1726 il canale fu coperto e prolungato sotto via Po fino al fiume .

 



I portici regalati
Nel 1584 Carlo Emanuele I affidò all'architetto Ascanio Vittozzi l'incarico di risistemare la piazza. Due anni dopo, poiché si tardava a dar inizio ai lavori, il duca fece costruire a sue spese innanzi alle case, dei portici sormontati da una galleria aperta, che nel 1612 donò ai padroni delle case retrostanti con l'obbligo di sopraelevarli di almeno due piani.
Nel 1606 su progetto del Vittozzi si costruì una galleria che, incorporando le costruzioni preesistenti congiungeva il castello col palazzo ducale, galleria distrutta poi da un incendio nel 1667.
La piazza doveva risultare tutta fornita di portici che mancherebbero oggi solo nel piccolo tratto davanti alla chiesa di San Lorenzo, ma tracce di un antico porticato, poi chiuso, sono evidenti nella cappella che dà accesso alla chiesa attuale.
La parte est della piazza venne sistemata dopo il 1673, anno dell'ampliamento della città ad est. Nel fronte sud ed in parte di quello est fu ripreso nella costruzione dei palazzi il modello vittozziano, per il resto l'area fu racchiusa dal susseguirsi dei palazzi delle Segreterie progettati nel 1733 da Juvarra e continuati nel 1739 da Benedetto Alfieri.
Le due maniche ai lati del castello furono distrutte nel 1808 durante l'occupazione francese per agevolare le comunicazioni fra le due parti della piazza. In quel periodo la piazza fu ribattezzata rue de la Réunion, del Piemonte alla Francia, e poi place Imperiale.

image-1Palazzo Madama salvato da una dama
Palazzo Madama in quell'epoca corse il rischio di essere demolito: il generale Menou e il governatore Jourdan, infatti, lo ritenevano ingombrante per le parate. Il castello sarebbe stato salvato una prima volta dal consiglio di una gentildonna torinese, molto intima del Jourdan, ed una seconda dallo stesso imperatore Napoleone.

 

 

image-1image-1Tornei, feste e cerimonie
Nella piazza si svolsero molti tornei, feste, caroselli, ostensioni della Sindone e parate militari. Qui piantava le sue tende anche la Società degli Stolti per regolare le feste di San Giovanni, patrono di Torino, imporre balzelli, mettere in burla mariti vittime di mogli manesche e tante altre amenità, spesso anche crudeli, intese a mantenere l'allegria.



La Balloira
Qui anticamente scendevano, con altri forestieri, gli abitanti di Grugliasco ai quali spettava il compito di portare le fascine per il falò e fare il gioco della Balloira. Più che un gioco, stando a quanto dice lo Zalli nel suo dizionario piemontese, far la «Balloira dicesi di quell'allegrezza che facevano i ragazzi nella vigilia di San Giovanni saltando e girando attorno al falò di piazza Castello e nel tripudio che si faceva nello stesso giorno del Santo, secondo quanto dice anche il Pingone». Per antichissima tradizione la sera della vigilia di San Giovanni in piazza Castello, con gran solennità fino al 1855, veniva incendiato davanti al palazzo Madama un falò di fascine.
Alla cerimonia interveniva una deputazione del Corpo Decurionale, mentre il re e la corte assistevano dai balconi di palazzo reale.
Secondo la tradizione era uno dei sindaci che doveva dar fuoco alla catasta di legna. Durante l'incendio le truppe della guarnigione schierate salutavano con una triplice scarica di fucili. Sul falò si bruciavano le corde che erano state usate per le impiccagioni dell'anno, almeno quelle che il boia non aveva già vendute di sottomano ai collezionisti di amuleti.

Dopo l'abbattimento della manica che univa il castello al palazzo reale, dalla loggia con cui termina la galleria occupata dall'Armeria Reale, la corte assisteva alle parate e riviste, mentre il re ed i principi stavano a cavallo sotto la loggia stessa.

image-1image-1La Loggia
Da questa loggia Carlo Alberto, il 23 marzo 1848, bandì la prima guerra d'indipendenza italiana.
I portici che circondavano la piazza avevano nella vecchia consuetudine torinese assunto vari nomi. Cominciavano con i «Pòrti del Pavajon» (era detto «Pavajon» e galleria del «Pavajon» una manica di fabbricato con al centro un padiglione sopraelevato e destinato al corpo di guardia del palazzo reale, manica che separava la piazza Castello dalla piazzetta reale). Distrutto da un incendio nel 1811 fu abbattuto e sostituito poi dalla cancellata.

«Pòrti delle Segreterie», davanti ai palazzi ove avevano sede alcuni ministeri. Venivano poi i «Pòrti del Regio» davanti l'ingresso del Teatro Regio ed a sud i «Pòrti dla Fera».

 

 

image-1I portici della Fiera
Un tempo al numero ventuno, sopra un negozio, c’era una lapide con iscrizione latina (ora ripristinata sopra i portici) murata per ricordare un beneficio procurato alla città dal marchese Ludovico San Martino d'Aglié e di San Germano, proprietario del palazzo, il quale riuscì ad ottenere dal duca, nel 1685, la facoltà di tenere due fiere annuali dette di San Germano con sistemazione dei banchi sotto i portici.
Ultima memoria di tale concessione furono i cosi detti «baracconi» ancora presenti attorno alle colonne autorizzati a divenire da occasionali e mobili con regie patenti del 1832, a perenni e fissi. I «baracconi» che prima, assai più di adesso, sporgevano verso l'interno, in quella occasione furono fatti ricostruire più arretrati. Altro ricordo delle fiere erano le bancarelle, i «banchèt», che vendevano libri, stampe, cartoline e calendari in varie piazze ed in piazza Castello circa ove ora è il monumento al duca d'Aosta, inaugurato nel 1937.

I tre controsensi
Fra le cose curiose si possono ricordare i tre controsensi architettonici e la «pietra». I tre controsensi architettonici sono: una chiesa senza facciata (San Lorenzo), una facciata senza palazzo (palazzo Madama) ed un palazzo senza porte (palazzo Chiablese); l'ingresso infatti è in piazza San Giovanni.

La "pietra" con vista.
La pietra era invece un concio squadrato inserito nella pavimentazione presso l'odierno basamento del monumento dell'Alfiere dell'esercito sardo. Stando su di essa una volta si poteva vedere il verde della campagna in quattro direzioni. In fondo a via Dora Grossa (via Garibaldi), attraverso la porta aperta del palazzo reale la verzura dei giardini reali, la collina in fondo alla contrada della Zecca (via Verdi) quando era ancora aperto il passaggio sotto il palazzo Madama ed infine in fondo alla contrada Nuova (via Roma) attraverso la bellissima Porta Nuova. Pare che anche il Bernini si sia entusiasmato a quella vista.

image-1La Bala
Quando sopra una delle torri settentrionali c'era ancora l'Osservatorio astronomico, era consueto vedere, poco prima delle ore dodici, molte persone ferme nella piazza col naso in aria e l'orologio in mano. Aspettavano «ed védde casché la bala». Si trattava di un'armatura metallica sferica ricoperta di tela impermeabile nera, scorrente su un'antenna verticale. A mezzogiorno in punto, un tempo con l'ora di Torino, poi con quella di Roma, la palla veniva lasciata cadere dall'alto lungo il palo e tutti regolavano a vista il proprio orologio.


Di prammatica, specie nei giorni festivi, era la passeggiata sotto i portici, passeggiata ogni tanto interrotta nelle lunghe sere della primavera e dell'estate, per ammirare i voli dei «pivi» (rondoni), che volteggiavano attorno al castello.

image-1Negozi alla moda
Nel tratto di portici a sud della piazza, da via Viotti all'angolo della Galleria dell'Industria Subalpina c’erano i locali e i negozi più noti. All'angolo della contrada della Palma (via Viotti), dal 1786 c’era il botteghino di Carpano, già Marendazzo ricordato da una lapide, con le pareti ricoperte di damigianette foderate di carta rossa. Si era serviti al banco, in quartini tozzi e spessi, di vermouth di Torino nelle quattro specialità: il semplice, il preparato, il «punte mes » ed il «quattro ebrei».
Carpano chiuse nel 1916.
All'angolo con la contrada Nuova (via Roma) ci furono a lungo i Magazzini Bocconi di abbigliamento, ai quali succedette una prima Rinascente.
Al numero 23 c’era la sede del Whist Club fondato da Cavour ed altri gentiluomini, fusosi poi con l'Accademia Filarmonica in piazza San Carlo.

image-1Delizie del gusto
Altro luogo di delizie famoso fu la confetteria Bass poi Romana e Bass con varie specialità fra cui le caramelle di zucchero in scatoline lunghe e strette ad astuccio, pastiglie alla menta in scatoline rosa e ginevrine in scatoline bianche.

 

 

 

image-1Seguiva da vicino la confetteria Baratti e Milano con le classiche caramelle a farfalla, che segnavano l'inizio del ghiotto itinerario Torino-Milano: caramelle di Torino, noccioline di Chivasso, bicciollani di Vercelli, biscottini di Novara e panettone di Milano.
Nel 1911 lo scultore Rubino e l'architetto Casanova sovraintesero all'ambientazione del negozio e sale da tè che è all'incirca ancora quella attuale.

 

 

image-1Nell'angolo c’era il Gran Caffè Romano, ricco di sale e di biliardi e salone sotterraneo ove si praticava il pattinaggio a rotelle o « skating». D'estate il locale si prolungava in un « déhors » e teatro di varietà all'aperto di gran successo.

 

 

 

 

image-1L'albergo Europa
In questo stesso isolato nel 1705 aveva sede l'ambasciata d'Olanda, più tardi venne aperto il noto albergo che, sorto come albergo dell'Universo, passato in proprietà a Bordino e poi Trombetta, dal 1827 divenne il Grand Hotel d'Europe.
Chiuse nel 1929 per lasciare il posto ad una Pensione di egual nome.
Vi alloggiarono quasi tutti i personaggi più importanti che vennero a Torino dai tempi di Carlo Alberto a quelli di Vittorio Emanuele III. Era l'albergo ove si tenevano i più famosi banchetti ufficiali e dove il borioso generale austriaco Giulay si riprometteva di stabilirsi nel 1858 appena vinto l'esercito piemontese e presa Torino. Là dove aveva alloggiato il suo collega Radetzky nel 1842 al seguito della principessa Adelaide di Asburgo sposa di Vittorio Emanuele II.

image-1Il Palazzo del Re
All'estremità nord la piazza è chiusa dalla lunga facciata del palazzo Reale. Quando Emanuele Filiberto trasferì la capitale del ducato a Torino, abitò in un primo tempo nel palazzo medioevale del Vescovo. Poco dopo iniziò però la costruzione del primo palazzo ducale, del tutto indipendente dal primitivo vescovile. Quest'opera, alla quale partecipò come architetto il Vittozzi, fu proseguita poi da Carlo Emanuele I con l'architetto Carlo di Castellamonte.
Sorse così il palazzo detto di San Giovanni per la sua prossimità al Duomo ed in seguito anche palazzo Vecchio. Nel 1646 anche per i danni subiti dai fabbricati per guerre ed incendi fu iniziata l'edificazione del nuovo palazzo, detto palazzo Grande, che è quello esistente ancora oggi. La costruzione fu voluta da Madama Reale Maria Cristina ed Amedeo di Castellamonte disegnò il progetto e la facciata.
A lui seguirono molti altri architetti per ingrandimenti e rifacimenti. Fu osservato che l'ingresso, data la mole della facciata e la sua ampiezza risulta piuttosto modesto. Già nel 1660 si era progettato un arricchimento consistente in un avancorpo, retto da quattro colonne sorreggenti una terrazza balconata, con ornamenti e decorazioni di emblemi guerreschi, nicchie con statue e bassorilievi, ma quest'opera restò allo stato di progetto.

image-1image-1La cencellata
Quando fu abbattuto il porticato trasversale ed il padiglione, che isolavano la piazzetta Reale dal resto della piazza, nel 1835 fu eretta la splendida cancellata opera dello scultore Palagi. Su pilastri che delimitano il varco centrale, sono due belle statue di Castore e Polluce modellate nel 1842 dallo scultore Sangiorgio.

 

 

 

image-1La chiesa senza facciata
Appena fuori della cancellata, all'angolo nord-ovest c'è la chiesa di San Lorenzo costruita nel 1666 su disegno del Guarini, la cupola è uno dei suoi capolavori. È dedicata al santo, in memoria della vittoria di San Quintino avvenuta nel giorno sacro a San Lorenzo (10 agosto 1557).

vedi la monografia sulla chiesa di San Lorenzo



image-1Il Palazzo di Madama Reale
Isolato in mezzo alla piazza c'è il castello che diede il nome alla piazza, ma più conosciuto come palazzo Madama. Il primo nucleo di questo edificio fu la romana Porta Praetoria, simile per dimensioni e struttura alla superstite altra porta torinese, quella Palatina. Questa costruzione, probabilmente danneggiata durante le invasioni barbariche, fu incorporata nella casa forte, fatta costruire fra il 1276 ed il 1280 da Guglielmo VII di Monferrato. A fianco del castello, nelle mura, fu aperta un'altra porta, in sostituzione della Decumana (che venne chiusa), denominata Fibellona.



image-1Successivamente i principi d'Acaia ampliarono l’edificio, ma fu nel primo ventennio del 1400 che assunse l'aspetto attuale ad opera di Ludovico d'Acaia e dei suoi immediati successori. Si ampliò il fabbricato ad est e si costruirono agli angoli altre due torri simili a quelle romane, Anche all'interno il castello fu abbellito e decorato adeguandolo alle nuove esigenze di vita civile. Il periodo di maggiori restauri ed abbellimenti si ebbe sotto la prima Madama Reale, donde il nome al palazzo, che l'abitò spesso. Fu invece ad opera della seconda Madama Reale, Giovanna Battista di Savoia Némours, che si realizzò l'ultimo rinnovamento architettonico.
Fu incaricato del progetto l'architetto di Corte Juvarra, i lavori iniziarono nel 1718 e terminarono nel 1721.

image-1Il progetto juvarriano contemplava, oltre la trasformazione della facciata medioevale ad ovest, due bracci laterali più bassi terminanti con due padiglioni. Nella nuova facciata trovò posto il grandioso scalone in sostituzione della scala a chiocciola in una delle torri. Il progetto prevedeva anche il rifacimento della facciata est, ma anche questa parte restò allo stato di progetto.






Vedi le immagini di Palazzo Madama nel corso dei secoli

Vedi altre immagini di Palazzo Madama





image-1La Palma dei Savoia
Nei fregi decorativi delle sale interne compare spesso una palma. Si dice che Maria Cristina avesse scelto quel simbolo per far capire ai cognati Tommaso e Maurizio che la casa di Savoia, come la palma, aveva un tronco senza rami laterali. In un salone, già camera da letto di Madama Reale, si vedono ancora segnate in graffito nello sguancio di una finestra le misure delle stature dei principini che crescevano.

Durante l'occupazione francese il palazzo fu prima sede del Governo provvisorio, poi, come si disse, dopo aver corso due volte il pericolo di essere demolito, fu adibito a Tribunale francese d'Appello.
Alla Restaurazione vi si stabilì l'Amministrazione del Debito Pubblico. Nel 1832 fu sede della Regia Pinacoteca e nel 1848 il salone al primo piano fu dall'architetto Mellano adattato a sede della Camera Alta o nuovo Senato del Regno e qui fu pronunciato da Vittorio Emanuele II il famoso discorso del «grido di dolore» e qui proclamato il regno d'Italia.

image-1image-1La Questura e il "crottone"
Dal 1848 al 1862 il palazzo ospitò anche la Questura cui si accedeva da un portone (ora murato) dalla parte di via Po e una prigione comunemente conosciuta come il "Crottone".
Trasferita la capitale, nel palazzo ebbe sede dal 1869 la Corte di Cassazione già in palazzo Paesana poi in quello Lascaris. Circa in quest'epoca venne aperto un sottopassaggio nel palazzo per rendere più agevole la comunicazione fra le due parti della piazza e sistemato un ponte fisso sul fossato.

Abolita la Corte di Cassazione piemontese nel 1923, nei locali rimasti liberi fu sistemato il Museo Civico d'arte antica, mentre altra parte fu adibita a locali di rappresentanza municipale.

Già nel 1883-85 il palazzo aveva subìto ampi restauri ed altri ne ebbe nel 1920 quando fu trasferita la specola sistemata su una delle torri romane. Nel 1928 l'edificio, con la partecipazione del Rotary di Torino e la munifica collaborazione di Isaia Levi, fu restituito, con un attento restauro, per quanto possibile, alle sue forme quattrocentesche.

image-1Il dono dei milanesi
Davanti all'ingresso del palazzo Madama c'è il monumento dello scultore Vincenzo Vela, all'Alfiere dell'Esercito Sardo donato dai milanesi nel 1859 a Torino, quale tributo d'affetto e simbolo di speranza del popolo lombardo al Piemonte ed al suo esercito.

 

 



image-1image-1I monumenti trasferiti
Sul lato sud del castello è il monumento ai Cavalieri d'Italia inaugurato nel 1923, dello scultore Canonica, mentre ad est c'è quello ad Emanuele Filiberto duca d'Aosta dello scultore E. Baroni.

 

 


image-1Il Teatro del Re
Nell'angolo nord-est della piazza c'era l'antico teatro Regio, eretto nel 1738 su progetto dell'architetto Benedetto Alfieri, che si valse anche dei disegni di Filippo Juvarra. Il teatro, più volte modificato, fu totalmente distrutto nel 1936 da un incendio. Soltanto nel 1971 fu avviata la ricostruzione su progetto dell'architetto Mollino. Il teatro nel 1868 era passato in proprietà del Comune di Torino.
Un passaggio attraverso i palazzi delle Segreterie, odierna Prefettura, consentiva alla Corte di recarsi dal palazzo Reale al vecchio teatro Regio senza uscire all'aperto. Ogni sera di spettacolo poi dalla Società dei Cavalieri che gestiva il teatro, veniva offerto alle signore un ventaglio con la pianta dei palchi ed i nomi dei vari invitati di turno. Al teatro era unita una sala da gioco. Nel palco reale, coi reali, stavano gli appartenenti alla Corte. Nell'intervallo gli staffieri servivano vassoi di dolci; ai Reali li recavano i paggi di corte che servivano esclusivamente le persone della famiglia Reale. A Carlo Felice i paggi portavano un vassoio di grissini.


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