Atlante di Torino


 


 

Vita mondana del'700 nelle memorie di un'allegra contessa

Anno di grazia 1749 a Torino. Inverno, è in pieno fulgore la stagione mondana mentre si accoglie con grande festa la Principessa Marianna Vittoria di Savoia-Soissons, vedova del Principe Giuseppe di Hindburghausen.

Senza beltà né grazia, senza ingegno né dolcezza, Vittoria dopo una vita incolore e anonima a Parigi, Chambéry e Vienna arriva a Torino. Il 21 aprile 1736 era morto suo zio, il principe Eugenio di Savoia-Soissons (1663-1736, vedi colonna di destra) che non si sposò mai, rimanendo senza figli. Il Gran Capitano, com’era soprannominato, non redasse alcun testamento. L’unica erede rimasta in vita era appunto la cinquantunenne Vittoria, che si trovò per le mani un immenso patrimonio: oltre al denaro, castelli, libri, tesori d’arte…

La ricchezza le diede subito alla testa: iniziò a sperperare senza freni, disperdendo tutto ciò che lo zio aveva raccolto nel corso della vita (per fortuna la sua raccolta di quadri fu comprata nel 1741 dal re Carlo Emanuele III ed è oggi alla Galleria Sabauda). Tanto era criticata Vittoria per questo comportamento scellerato, che all’epoca si diffuse questo distico: “E’ mai possibile che del principe Eugenio la gloria sia offuscata da tal villana Vittoria?”. Ma a lei non importava nulla. Si trovò anche un pretendente, che molto romanticamente accettò di sposarla in cambio di 300.000 fiorini e di alcuni possedimenti…

Il 17 aprile 1738, infatti, Vittoria convolò a nozze, a Parigi, con il principe Giuseppe Maria Federico Guglielmo di Sassonia-Hildburghausen (1702-1786), di vent’anni più giovane. L’idillio durò pochissimo, i due si separarono nel 1744 e nel 1752 Vittoria decise di trasferirsi definitivamente a Torino.
Nella capitale sabauda Vittoria morì per un colpo apoplettico l’11 ottobre 1763. Dopo i funerali, il 21 ottobre, fu tumulata nella cripta della chiesa di San Filippo Neri. Solo nel 1921, per volontà del re Vittorio Emanuele III, fu traslata a Superga.


Il castello del Belvedere a Vienna, uno dei palazzi ereditati da Vittoria con l'eredità dello zio Eugenio. Prima di trasferirsi a Torino lo vendette all'imperatrice Maria Teresa d'Austria, figlia di Carlo VI.

Ma torniamo al suo arrivo a Torino: il Ministro conte di San Lorenzo va ad accoglierla, in nome del Re, a qualche distanza dalla Capitale; due sono le car­rozze, una ad otto cavalli inviata dalla Corte, una a sei del Principe di Carignano.
Come mezzi di trasporto risultano più che sufficienti, dato che la principessa ha con sè una sola dama di compagnia, due cameriere ed un servo; ma il guaio è che non le si è preparato alcun appartamento in città. Bisogna per forza che il conte di San Lo­renzo la faccia scendere, non senza un po' d'imbarazzo, davanti ad una villa sulla strada di Rivoli, pregando di gradirla come residenza puramente provvisoria.
La Principessa vedova Marianna Vittoria di Savoia-Soissons probabilmente scende alla «Tesoriera», casa di campagna fabbricata nel 1692 per i suoi ozi estivi da Aimone Ferrero dei signori di Borgaro Torinese, feudatario di Cocconato e « tesoriere» generale dei Sovrani sa­baudi; naturalmente, secondo l'uso dei tempi, egli aveva dato alla sua nuova residenza il nome della carica che ricopriva.

Un gentiluomo ospitale

Magnifica villa la «Tesoriera» (immagine a fianco, in corso Francia 186), ma troppo lontana dal cuore della città! Così la Principessa Marianna fece cattivo viso a quella scelta, e la sua gio­vane dama di compagnia, Angelica Lodron dei conti Von Kottulinski, osservò non senza ironia che avrebbero potuto ballare la «monferrina» tutte le sere coi contadini del luogo.
Tanto non sarà possibile davvero recarsi a Corte così di lontano!
Il conte di San Lorenzo, cavaliere perfetto, non sapeva come regolarsi davanti a tanto malumore non ingiustificato di dame mondane confinate in campagna, e si profondeva in inchini, promettendo confusamente i suoi buoni uffici per trovare in breve ora un'altra residenza meno periferica.
- Oh, non vi disturbate, signor conte! - ribattè la giovane dama di compagnia
- troverò ben io domani un gentiluomo torinese che ci offra una ospitalità un poco più cittadina!

Infatti non erano passate ventiquattro ore che la Principessa col seguito già si trasferiva nell'attuale piazza Carlo Emanuele II, conosciuta come piazza Carlina, nel palazzo di Carlo Vincenzo Ferrero, marchese d'Ormea (ora noto palazzo Guarene), figlio naturale di Vittorio Amedeo II; per trovare, poi, alcuni giorni dopo, una residenza definitiva in quell'altro bel palazzo torinese che faceva angolo fra le vie Maria Vittoria e Carlo Alberto, cioè "une grande et belle maisons dans la rue de Saint-Philippe", come lasciò scritto la contessa Angelica Kottulinski nelle sue memorie, pubblicate nel 1776 ad Augusta, sotto il titolo curioso di «Il destino, ossia memorie di una dama di qualità, scritte da essa stessa».
Infatti la gentile compagna della Principessa Marianna Vittoria, dopo aver corso la cavallina nei suoi giovani anni, volle rievocare, raggiunta ormai l'età provetta, il suo passato, e non poche pagine dedicò a Torino per far rivivere la vita mondana quale la si viveva ai tempi del regno di Carlo Emanuele III.

Era forse un poco pettegola la contessa Kottulinski, e non esitò a tagliar qualche panno addosso alle persone cui fu a contatto, specie se erano giovani come lei, gen­tildonne, e aspiranti a tutto l'incenso degli omaggi maschili. Non volle, ad esempio, riconoscere la bellezza della principessina Costanza da Madrid, i cui occhi - a detta dei poeti - erano profondi come l'oceano misterioso, le trecce nere e lucenti come la notte stellata e via dicendo. «Esagerazioni di uomini blasés, di cattivo gusto, cui piacciono, dopo troppa navigazione amorosa, le figurine inconsistenti, le grazie fug­gevoli che non riempiono la mano! ».
Evidentemente, da buona tedesca, la contessa Angelica tendeva al sodo, e forse ben lo rappresentava colla sua bellezza piena di forza e di salute. La quale bellezza d'altronde non mancò di ammiratori che secondo la mala lingua competente del marchese di Breglio, furono spesso, molto fortunati.
Certo l'arrivo della principessina Costanza di Masserano aveva suscitato un tale coro di ammirazioni maschili verso la metà del secolo XVIII che non pare davvero ecces­siva la reazione critica femminile della contessa Angelica. Essa d'altra parte doveva mordere volentieri colla lingua, approfittando forse anche della indulgenza concessa alla sua qualità di straniera, specie se dobbiamo giudicare dallo stile delle memorie pubblicate più tardi ad Augusta.

A Torino due nobiltà

A Torino, quando vi giunse la contessa Kottulinski, c’era una pro­fonda divisione fra la vecchia nobiltà, ricca d'antenati, e la cosiddetta noblesse del ventidue, costituita da ex borghesi che avevano acquistato un titolo soltanto verso la fine del regno di Vittorio Amedeo II o agli inizi di quello di Carlo Emanuele III.

Il 1722 era stato l'anno più ricco di nobili nuovi coi suoi 200 feudi alienati dal Re, e per conseguenza serviva ora a denominare con disprezzo una casta che si sforzava di entrar nell'Olimpo torinese dell'aristocrazia vera, senza troppo riuscirvi. La con­tessa tedesca, che nella bega non c'entrava affatto, frequentava indifferentemente i salotti dell'una e dell'altra parte, riportando chiacchiere di qua e di là, intrecciando pettegolezzi ed intrighi, per riderne poi nell'intimità con qualche amica o magari con qualche amico.

Ne disse di cotte e di crude a proposito della troppo elegante e dispen­diosa contessa Eleonora Cortiglione dei Lobbi, moglie di un consigliere del Commercio, che non esitò a batter moneta falsa per sovvenire al lusso della frivola consorte (leggi la storia relativa).
«Nel loro palazzo in via dei Quartieri però non ci si annoia davvero, e vi frequentano tutti i più galanti cavalieri di Torino». Questo doveva pur riconoscere nelle sue memorie la giovane contessa tedesca, che molte volte invece si annoiò prodigiosamente a palazzo di San Germano (immagine a fianco), in piazza Castello, dove la più conservatrice aristocrazia torinese aveva il suo ritrovo preferito.
Guardinfanti severi, parrucche enormi, ma­niche chiuse, seni coperti: ecco l'eleganza femminile di palazzo San Germano; in casa Lobbi invece, ad esempio, le donne potevano far sfoggio di ogni bellezza, e magari tentar l'adozione dell'ultimo figurino di Versailles, che riduceva l'intero abbi­gliamento femminile al peso della fragile tabacchiera di Re Luigi XV.

La contessa Kottulinski non riuscì nelle sue memorie a nascondere le proprie simpatie per questa seconda moda assai leggera. Molte cose le dispiacevano d'altronde negli usi mondani torinesi; quei balli di Corte, ad esempio, che cominciavano alle sei e finivano alle dieci di sera. «Cose degne del tempo di Mosè! Per fortuna che il ballo presso l'am­basciatore di Spagna si è protratto invece fino alle cinque del mattino! ».

Contro il digiuno quaresimale.

E la frugalità dei pasti? Figuratevi che recatasi un giorno col principe polacco Czartoriski a visitare il castello reale di, Stupinigi, il dejeuner che fu loro apprestato si ridusse ad un pezzo di formaggio, del pane e dell'acqua! E dire che la contessa Kottulinski, da buona tedesca, era donna di solido pasto, tanto che trovava addirit­tura insostenibile la rigida osservanza quaresimale: « ... non si fa che un pasto solo, la sera tutto si riduce ad uno spuntino che consiste in una zuppa magra ed in un'in­salata: il tutto ben pesato, poichè dal Re fino all'ultimo suddito, non si può mangiare alla sera che il peso di quattro once. Ova, latte, burro: tutto il resto è proibito. I tedeschi però, poichè hanno fama di essere grandi mangiatori, godono del permesso eccezionale di fare un pasto di sei once: io confesso di averne mangiate sovente dieci senza scrupolo ».

A Corte, naturalmente, bisognava rigar diritto; in compenso invece si godeva di continuo e largamente a palazzo Carignano, dove sei giovanissime principesse te­nevano viva ogni conversazione. Primeggiava fra tutte, per bellezza, per ingegno ed anche un poco per civetteria deliziosa, la principessa Maria (Torino, 8 settembre 1749 – Parigi, 3 settembre 1792 - nell'immagine a fianco), destinata a sposare il principe di Lamballe ed alla tragica fine di Parigi durante la rivoluzione (vedi la sua storia nella colonna di destra).

A Palazzo Carignano erano ricevuti tutti i forestieri di qualità, e la contessa Kottulnski, più che altrove, apprese ad amarvi Torino gaudiosa, che l'aveva accolta con molti sorrisi. In riconoscenza volle dir bene nelle sue memorie della capitale subalpina, e vi riuscì, non senza qualche curiosa notizia, data certo senza eccessivo controllo:

«La città di Torino è una delle più belle che si possano vedere. lo non ho mai visto una città tenuta con tanta proprietà come Torino. Tutti i mercoledì si fa passare per due canali in tutte le strade l'acqua della Dora ... si spazzano tutte le immondizie, e l'acqua corrente nello spazio di un'ora ripulisce tutta la città. Il popolo vi è buono, benefico, devoto; ciascun parroco tiene registro dei suoi parrocchiani, e se si vuoI conoscere la condotta di una persona, basta informarsi del nome, della parrocchia, recarsi presso il curato, ed egli vi farà una vera relazione giusta, di cui sempre ci si può fidare ».

Secondo la buona contessa, i parroci avrebbero anzi avuto una loro guardia spe­ciale per arrestare di notte i parrocchiani vagabondi, ritirandoli in guardina e magari esiliandoli se refrattari ad ogni rimprovero; ma si tratta evidentemente di una infor­mazione non esatta, fornita, chissà con quale scopo, alla contessa silesiana, la quale d'altronde doveva ben poco interessarsi di polizia cittadina.

Piuttosto è curioso il notare come nelle sue memorie, dopo aver detto piuttosto male delle dame tori­nesi, si decidesse a tessere invece le lodi delle signorine: « ... le fanciulle sono educate con molta modestia: nessuna ragazza può uscir sola, senza la madre o una parente anziana; esse vanno tutte vestite di lana, per non abituarsi al lusso».

Però - sempre secondo la contessa - era questa un'abitudine che facilmente perdevano poi appena sposate!
Le ricordanze della Kottulinski, dopo il 1763, non parlano più di Torino; ma fu appunto in quell'anno che morì la Principessa Marianna Vittoria di Hildburghau­sen, ultima discendente del ramo di Savoia-Soissons ed erede del famoso Principe Eugenio. Alla dama di compagnia non rimase allora che ritornare in patria per ri­cordare, annotare e pubblicare infine ad Augusta le memorie di una dama di qualità, scritte da essa stessa.