Atlante di Torino


Cronaca nera nella Torino dell’ottocento
Il PROCESSO PIPINO


image-1Nel dicembre del 1878 Torino visse un dramma di cronaca nera che suscitò un enorme scalpore: il processo a Giovanni Pipino.

Si trattò di un fatto di sangue raccapric­ciante; anche se venne scoperto con parecchio ritardo le indagini furono condotte rapidamente ed il processo si svolse con una sollecitudine che noi oggi, abituati alle spaventose lungag­gini della burocrazia giudiziaria, non possiamo neppure figurarci.

Scopriamo cosa accadde nel colorito resoconto del giornale Cronaca dei Tribunali (era interamente dedicato alle vicende giudiziarie, a testimonianza dell'interesse che, anche allora, suscitavano - quasi mobosamente - la cronaca nera e i suoi protagonisti). Il direttore in persona seguì tutta l'istruttoria, condotta non senza grossolani errori, e l'indagine dibattimentale:

«Era il 15 settembre 1878 giorno in cui tutta Torino fra canti e suoni si river­sava nella vicina borgata della Madonna del Pilone in festa. Verso sera a turbare quell'allegria si diffonde una lugubre notizia: - Un assas­sinio fu consumato in città. E se ne divulgano i più terribili particolari. Udite e raccapricciate».



image-1image-1Siamo in via Lagrange, al n. 14, nell'Isolato posto tra la via dell'Ospedale [ora Giolitti] e via Cavour.
E' lo stesso della Questura (allora ubicata a fianco della chiesa di Santa Cristina).
Il portone a fianco a quello dove venne consumato il terribile delitto, al numero 16, comu­nicava direttamente con gli uffici della polizia, infatti era usato come ingresso di servizio per gli arrestati.






image-1Al 2° piano del numero 14 abitava Angelo Mustone, dottore in medicina di 84 anni, sano e vegeto, ma misantropo. Uomo facoltoso (il suo pa­trimonio era valutato sulle 60 mila lire), era accudito da una bella fantesca sui 25 anni, la quale lo serviva già da parecchio tempo occupandosi di tutte le faccende di casa. Si trattava di Lucia Magis, la quale faceva all'amore con un sarto abitante nella stessa casa e quasi tutte le domeniche andava a passeggio con un suo cu­gino che abitava in città.
Lucia aveva la più ampia libertà, fa­ceva e disfaceva a suo piacere ed il vecchio Mustone, che era stato pro­prietario della farmacia Taricco, non la sottoponeva ad alcun controllo.







image-1(La farmacia Taricco si trovava sotto i portici di piazza San Carlo, angolo via Roma. Nel 1931 traslocò all'angolo tra piazza S. Carlo e via dell'Ospedale - via Gioda durante il fascismo - l'attuale via Giolitti, dove ora si trova il caffè Mokita.)

Continua la maliziosa narrazione su la Cronaca dei Tribunali: «La Lucia Magis a cui scorreva il sangue nelle vene non meno caldo che in tutte le altre donne e che il prurito d'amore lo provava non meno irresisti­bile che le altre sue compagne, nelle ore di libertà, parlava molto intimamente col sarto e con non poca famigliarità col cugino. Si sa come il più delle volte s'intendano i cugini!».

 


image-1«Il dottor Mustone chiamava la sua serva Lussiòta: fin in dalla sera di domenica 8 settembre nessuno aveva più visto nè la Lussiòta nè il dottore. Saranno andati in campagna, si disse, e inizialmente non se ne fece caso. Passarono giorni e si incominciò a dubitare. Il sospetto crebbe quando si seppe che uno sconosciuto aveva chiesto se veramente fosse stato ucciso il dottor Mustone.
Il portinaio, il quale ha vicino alla casa una piccola osteria, non poteva darsi ragione di quella scom­parsa repentina ... Andò più volte a suonare il campanello di casa, senza risposta ... Si recò allora dal nipote del dottore chiedendogli se lo zio fosse an­dato in campagna.
- lo non ne so nulla, però me ne accerterò - rispose.
Telegrafò subito a Pinerolo, alla sorella la quale rispose subito di non sapere nulla.
Il nipote, allora, chiese l’intervento della Polizia che, guidata dal Questore, abbatté la porta della casa.
Le guardie furono accolte da un fetore tremendo e da una scena rivoltante, con due cadaveri in avanzato stato di decomposizione. Per entrare si dovette prima disinfettare gli ambienti.
Furono aperte le imposte e la luce che invase l'abitazione si proiettò sul letto ove giaceva la Lucia. Una larga ferita di rasoio alla gola l'aveva spenta ...
Si proseguì e nell'ultima stanza, steso a terra, si rinvenne il povero vecchio. Ributtante vista! I vermi avevano già coperto quel corpo e vi strisciavano sopra. La perizia medica constatò che anche lui era stato ucciso con un terribile colpo di rasoio, che gli aveva segata la gola e reciso le arterie.
Nella camera poi tutto era in disordine: rovesciato il tavo­lino da notte, segno evidente che il povero dottore aveva opposto resistenza, o che l'assassino non aveva più agito con quella facilità con cui aveva uc­ciso la povera Magis. Sparsi sul pavimento si vedevano alcuni libretti della Cas­sa di Risparmio e parecchi titoli di credito. Tutto questo disordine rivelava che lo scopo dell'assassino o degli assassini era il bottino».

image-1Il dubbio che ad uccidere fossero stati in due non era una semplice ipotesi i giurati tuttavia credettero più verosimile che tutto fosse opera di un unico assassino.
Nei primi momenti nessuno ebbe l'idea di pensare alle relazioni che poteva avere la Magis ad eccezione di un agente della questura,il brigadiere Tommaso Bianchi, vero segugio della pubblica sicurezza che suggerì al Pretore:
“Signore, la Magis ha un cugino qui in Torino.
- Sai chi è?
- No ...
- Oh, ma questo servirà poi nella istruttoria, per adesso pensiamo agli assassini”.


Bianchi non rispose e se ne andò, rimanendo però fermo nella sua convinzione.
Il brigadiere, infatti, aveva la certezza che il cugino do­vesse sapere qualche cosa e con questo convincimento indagò finchè scoprì che il cugino in que­stione era un certo Pipino Giovanni, di 37 anni, commerciante di cereali, con bottega sull'angolo delle vie Borgonuovo 22 [ora Mazzini] e San Francesco da Paola. Fu sotto la sua respon­sabilità che questa guardia, senza ordine preventivo, il 19 settembre si recò di nascosto nella bottega del Pipino e l'arrestò.

Quell'arresto aprì e chiuse ogni indagine. Tutti gli indizi accusavano il Pi­pino, che non poteva opporre alibi esaurienti. Nessuno si occupò di indagare l'eventualità che l’assassino fosse un altro o almeno per iden­tificare un possibile complice.
Nella surriscaldata fantasia popolare - proprio come avviene anche ai giorni nostri - furono prospettate ipotesi raccapric­cianti, talune assurde, ampliando e deformando osservazioni di inquirenti e di testi.
Il nipote dell'ucciso, avvocato Mustone, affermò che fu la Magis ad introdur­re, senza saperlo, l'assassino in casa:
«Senza la Magis non si poteva commet­tere il delitto».

image-1Un giornale di Milano accusò addirittura la Ma­gis di complicità.
Ma l'ipotesi allucinante discendeva proprio dalla fondata supposizione che ad uccidere l'ottantaquattrenne dottor Mustone, che oppose accanita quanto inutile resistenza, dovevano essere state due persone.
La fantasia macabra e ga­loppante di taluno immaginò che la Magis, dopo aver introdotto in casa il Pi­pino, gli desse mano all'uccisione del vecchio medico; finendo poi entrambi a letto, dove la Magis si addormentò, ubriaca o narcotizzata, ed in tale stato fu facile preda dell'amante assassino che se ne sbarazzò con una rasoiata che le segò netto la gola.
Non per nulla un giurato formulò la domanda, ripresa dall'affermazione di un giornale, secondo cui nel letto della Magis si rinvennero due avvallamenti «il che farebbe supporre che insieme alla Magis in quella notte altri abbia giaciuto».

image-1Il forchettone, che trovato infisso nel collo del dottor Mustone e che gli fu tolto quando fu fatta l'autopsia al camposanto, aveva una delle due punte acuminatissime storta per la violenza dei colpi. Ma pare che la strana arma fosse stata usata a difesa, poco efficace, proprio dall'aggredito, diventando poi nelle mani dell'assassino un altro elemento di offesa, sebbene ineffi­ciente ed accessorio.
Il tragico arnese apparteneva alla cucina del dottor Mustone.

Dall'autopsia «Non risultò che la Magis avesse avuto relazioni carnali poco prima dell'assassinio. Non venne provato ch'essa fosse vergine o no». Lo stato di dissoluzione del povero cadavere, infatti, rendeva impossibile ogni accertamento di questo tipo.

Per tutta la lunga durata del processo una gran folla si ammassò nell'aula e anche in strada. La morbosa curiosità della folla traspare nei resoconti della “Cronaca dei Tribunali”, che pubblicò delle dispense dedicate alla “Tragedia di Via Lagrange / Processo Giovanni Pipino / Resoconto giudiziario di Ausonio Liberi”:
«L’onda di popolo che si riversa nel pretorio è straordinaria. Tutti vogliono vedere Pipino, tutti vogliono sentirlo parlare. A trattenere la folla, oltre ai soliti agenti della Questura e ai carabinieri c’è un drappello di alpini. Tutti vorrebbero entrare, ma è vietato il passo a chi vuole avanzarsi senza essere munito di biglietto».

Auso­nio Liberi (pseudonimo di Giuseppe Alessandro Giustina) tornerà spesso su questo tema, deplorando la curiosità popolare, e specialmente quella pettegola di troppe signore, sfaccendate. Ad un certo punto scriverà:
«All'aprirsi della seduta corre una voce abbastanza consistente, che lo spazzacamino Noascone condannato a 15 anni di reclusione per l'assassinio dei fratelli Vemetti si sia suicidato in carcere... lo propongo una legge: 'È vietato alle signore di assistere alle udienze dei processi criminali. È molto meglio che se ne stiano in casa a far da massaia. Una multa a chi vien meno a questo imperio di legge'.
Oggi la ressa delle signore a questa udienza è straordinaria.»

image-1Riferendosi all’udienza del 19 febbraio Ausonio Liberi insiste e cita un episodio che testimonia a che punto fosse arrivata la passio­ne popolare: «Stasera la calca alle Assise è enorme; fuori, in via, innanzi alla porta del palazzo di Giustizia successe un parapiglia tale che i bersaglieri do­vettero puntar le baionette ai petti dei curiosi. Si sono sentite alcune gride di 'morte ai bersaglieri', cose che muovono a schifo e suscitano una protesta di quanti onesti rispettano l'arma gloriosa e rispettabile dei bersaglieri».

Alle udienze non mancano, tra il pubblico, personalità e letterati:
«Vedo tra il pubblico - racconta Ausonio Liberi - la bella, la cara simpatica figura di Edmondo De Amicis. O Edmondo carissimo che brutto dramma è cotesto, quanto luttuosa­mente contrasta quelle gentili figure, quelle care scene della vita che ella ci sa così maestrevolmente e delicatamente porre innanzi ».

La sentenza di condanna a morte, letta dal Presidente cavaliere De Guidi alle 14,30 del 19 febbraio 1879, si può dire abbia utilizzato una certezza fatta più di prevenzioni passionali che di elementi obbiettivi, per chiudere uno degli episodi più raccapriccianti della criminalità italiana dell'ottocento.
L'esito del procedimento giudiziario era ampiamente scontato. La stampa fu sempre prevenuta contro il Pipino. L'opinione pubblica era ugualmente una­nime contro l'imputato, anche se molti suoi conoscenti si presentarono a te­stimoniare a suo favore.

Gli stessi giurati emisero il loro verdetto nel tempo record di dieci minuti, meno dello stretto necessario per raccogliere i voti sulle cinque «questioni principali» sottoposte al loro giudizio.

Ognuno recitò benissimo la sua parte, ma l'esito non poteva essere dubbio. Anche se non si trattò di elementi decisivi, è certo che taluni diritti della difesa vennero gravemente calpestati. Appunti che il Pipino aveva preparato per i difensori e concernenti la propria difesa vennero sequestrati e passati al Pubblico Ministero, il burbero commendator Masino. Citazioni emesse contro di lui per il pagamento di forniture, rimaste in sospeso causa l'intervenuto arre­sto, vennero ugualmente sequestrate e dirottate al P. M. che non si curò di rimetterle in tempo all'interessato perché potesse difendersi; ne seguirono naturalmente condanne civili a totale insaputa dell'imputato, che ne oscurarono ulteriormente la credibilità. L'accusa (ma­gistratura compresa) fece sempre di tutto per dimostrare, eccedendo, che gli affari del Pipino andavano male e che era pieno di debiti: questo il movente del delitto e la prova che il denaro ritrovatogli non apparteneva ai suoi pro­venti di negoziante ma era frutto di rapina.

image-1A proposito di imparzialità basti citare un episodio dai rendiconti giudi­ziari di Ausonio Liberi:
«Il cancelliere rompe i sigilli. Trae dal pacco un rasoio che porta unita una carta su cui c'è una scritta in cui si dice che con quel rasoio Pipino uccise la Magis e la scritta porta la firma del Giudice istruttore avv. Miglio! ». Con tale precisa prevenzione venne condotta tutta l'istruttoria e quindi impostato l'intero procedimento giudiziario.
Il Presidente, che Ausonio Liberi definì cortesissimo con tutti, ebbe invece impennate di autentica arroganza contro gli avvocati, che oggi la classe forense non tollererebbe di sicuro.
Certo egli amava anche scherzare, più o meno op­portunamente e con battute di bassa lega, soprattutto viste le circostanze di un processo indiziario in cui era in gioco la pena di morte.

Avendo il teste Gabri Vincenzo, amico del Pipino, detto che costui aveva pochi soldi
il Presidente: - E in fatto di soldi, ne aveva in bottega il Pipino?
Teste: - Pòch! pòch! pòch
il Presidente commentava: Come, i fondi del Pipino erano bassi? ... ma se li teneva su, in alto, sul guardaroba!
Sempre il Presidente, interrogando il teste Barberis Giovanni, di Momber­celli sulla sua conoscenza del Pipino, risalente al servizio militare (dal dibatti­mento risultò che Pipino fu militare per almeno 7 anni come musicante alla Scuola di Pinerolo) ne risultò questo dialogo:
Teste: - Fui suo allievo di bombardone.
Presidente: - Che cosa suonava Pipino?
Teste: Il pelittone (filicorno basso).
Presidente: - Ah, peliton! A va benon! (risa) - E che cosa v'insegnò d'altro?
Teste: - Mi insegnò a leggere e scrivere.
Presidente: - Era un buon maestro?
Teste: - Quel poco che io so lo appresi da lui.
Presidente: - Non avete mai fatto una nota falsa?
Teste: (offeso nell'amor proprio) - Mai!

Ma non sempre si trattò di battute di umorismo o di banalità; tal­volta la prevenzione traspariva grossolanamente.
Il teste Francesco Lanteri, alla domanda:
- La voce pubblica che dice? -
risponde: - Nessuno crede che l'autore del fatto sia lui.
- Il Presidente pronto esclama: - Oh! È lei il primo che dice ciò.

image-1Anche il resoconto (redatto alla maniera dell'epoca, con tante frasi ridondanti, divagazioni erudite e digressioni nei campi più inverosimili, citazioni di versi e di massime tratte dai classici aveva il difetto di dare più giudizi perso­nali e rielaborazioni che veri e propri testi oggettivi, infarcendo il tutto di un umorismo della stessa lega di quello del Presidente.

Pipino seguì sempre in silenzio interrogatori e dibattiti. Poche volte fece osservazioni e talvolta il Presidente gli impose silenzio, perché toccava se mai ai suoi avvocati di interloquire.
Ma ad un arrotino che contrastava la sua ver­sione sulle vicende di certi rasoi, corpi di reato, reagì:
- Col òm lì, quand ch'a dis na còsa a l'è capace 'd tut. A l'ha rovinà soa fomna. Tut òm ch'a l'è capace 'dlòn, a l'è capace 'd feme del mal!

Il processo emozionante fece epoca, ma non dissipò tutte le ombre sul caso.


Forse proprio per queste ombre la pena di morte venne commutata, il 23 settembre del 1879, nei lavori forzati a vita.
Il Pipino venne rinchiuso nel carcere di Final Borgo dove continuò a protestare la propria innocenza, fino al 29 ottobre del 1901, quando la pena perpetua venne commutata in transitoria, chiudendo definitivamente una tragica vicenda che aveva appassionato tutto il paese.


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